Forse è proprio perchè per noi qui a Genova ancora non è davvero finita che faccio fatica a lasciare andare la mia testa ad una riflessione complessiva, ancora troppo urgente è il quotidiano e difficile staccarsene.
Provo però a condividere alcuni spunti-flash, rimandando ad un momento più tranquillo una vera valutazione.

Dovessi mettere un titolo direi "A Genova Lilliput è cresciuta, molto cresciuta": questo non ha niente di trionfalistico, si cresce anche con i passaggi dolorosi o con degli errori, ma sicuramente si è usciti più maturi e consapevoli.
Abbiamo affrontato una violenza che se da parte dei black era messa in conto anche se non in queste proporzioni da parte delle forze dell'ordine era e rimane inimmaginabile e lo abbiamo fatto con quella bellissima definizione di Stefano Barale: IL CORAGGIO DEI MITI. E' perfetta, racchiude ciò che Lilliput è stata a Genova. Ha avuto coraggio il venerdì cercando di interporsi ai black a mani alzate, ha avuto coraggio e determinazione sabato quando dopo ogni carica e dispersione a piccoli gruppi è andata avanti, chiamandosi "Lilliput qui" ed è arrivata in fondo al percorso. Tanto di cappello a tutti i lillipuziani.
Certo, per buona parte del corteo in molti tra noi coglievo più la sensazione di essere ad una scampagnata che nella situazione reale in cui eravamo (ricordo i defatiganti sforzi per fare un minimo di cordone laterale), però mi sono poi accorta che questa "mitezza" aveva anche una grande determinazione. Ecco, ora si tratta di assumere entrambe queste dimensioni, coniugarle, forse essere meno disincantati di fronte ad un potere che non guarda in faccia a nessuno e se ne frega se ha di fronte "bravi ragazzi". E forse non dobbiamo nemmeno più essere "bravi ragazzi" ma persone adulte che sanno di essere portatrici di una grande potenzialità di movimento e di cambiamento, un cambiamento così centrato che non può non sollevare ed affrontare il conflitto.
Genova è stato davvero uno spartiacque tra un prima e un dopo, in questo dopo non possiamo più pensare che l'arma vincente sia la sola elaborazione culturale-politica; questo dopo fa emergere come passi concatenati e non separabili l'elaborazione, che produce denuncia, che produce reazione, che produce conflito (che non è la stessa cosa di scontro), che deve essere affrontato e gestito fino alla risoluzione. In modo nonviolento, e per questo ci vuole preparazione, molta più preparazione di quanta siamo riuscita a produrne in due mesi e molta più di quanto i nodi hanno percepito.
Diventa in questi giorni sempre più chiaro che a Genova, e in particolare il sabato, l'obiettivo della repressione non erano i black violenti ma noi stessi in quanto manifestanti, in quanto persone che volevano esprimere una critica. E' una verità dura da digerire, dura da mandare giù perchè sappiamo che è inaccettabile in un paese democratico, ma è la realtà di una violenza che ogni volta si incrudiva perchè il gradino precedente non era stato sufficiente a smontarci. Io stessa faccio ancora fatica a mettere a fuoco tutto ciò che è successo venerdì e sabato, devo fare uno sforzo per ricordarmelo: perchè nella testa mi rimbomba più forte ciò che ho visto sabato notte alla scuola Diaz. E' stato il gradino più alto, ma non ci ha smontato nemmeno quello, i nervi hanno retto in una miracolosa colla di adrenalina e abbiamo dato la migliore risposta che potevamo: le manifestazioni di martedì in tutta Italia. Voglio sottolineare la grande importanza di quel momento, per noi a Genova vissuta con una intensità ancora maggiore, perchè si sono sciolte lì molte paure e tensioni, perchè abbiamo dimostrato di voler ancora manifestare democraticamente, vogliamo e siamo in grado di farlo in modo pacifico e nonviolento. Lo dovevamo innanzitutto a noi stessi, per tutto ciò che abbiamo subito nei giorni precedenti, ma lo dovevamo anche a questo strano paese oggi per noi molto più sconosciuto di prima ma verso cui abbiamo ancora più responsabilità.
Vedete, credo sia scontata tra noi e nel GSF l' assoluta distanza che ci separa dai black (anche se ciascuno ha modi diversi di manifestarla), ma non dobbiamo tacere (e speriamo non venga insabbiato) che a Genova è andato in frantumi il rapporto di rispetto e fiducia verso le forze dell'ordine. Questo non c'entra nulla con lo slogan "assassini" non si tratta di questo, ma di dire con forza che le istituzioni in cui vogliamo credere non possono essere rappresentate da chi ha attaccato e colpito manifestanti inermi, da chi ha massacrato persone che dormivano. Dobbiamo dirlo con la massima serenità ma non dobbiamo lasciare che la grande paura provata, la grande violenza subita si trasformino in un terribile e assurdo senso di colpa come spesso accade. Lo dico con la paura negli occhi e nel cuore, con il senso profondo della comunità in cui vivo che mi scappa e che devo riaggrappare per tenerlo stretto ai miei pensieri, lo dico anche sapendo che ciò che abbiamo visto non ce lo siamo sognato ma convinta che sta a noi ricostruire un mondo diverso anche in questo, oggi più della settimana scorsa.
Dobbiamo ricostruire un filo che ricongiunge e tiene insieme il conflitto e la paura, la convivenza civile e la verità, la rabbia e la positività: per me in una parola la nonviolenza.
Non ritengo esatto chiamare ciò che abbiamo vissuto nè una vittoria, nè una sconfitta, ma un'esperienza densa, tragica ma anche piena di contenuto, che dobbiamo mettere a frutto.

Un grande abbraccio a tutti


Chiara Malagoli

Torna su