LEGNAGO SOCIAL FORUM
Dopo Genova, dopo New York, verso Porto Alegre:
"Quale mondo è in costruzione?"
§ Una serata di dibattito sulla nuova fase della globalizzazione che si è aperta dopo Genova e dopo New York.
§ Un momento di riflessione e confronto per costruire una nuova agenda del movimento.
Interverrà Marco Revelli, professore di Scienza della Politica all’Università del Piemonte Orientale; tra i suoi libri "Oltre il Novecento", "La sinistra sociale" , "Le due destre".
Lunedì’14 gennaio ore 20,45.
Sala Civica (Palazzo di Vetro) di
Legnago
Introduzione di Simone Sartori. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York è cambiata la natura della globalizzazione capitalista ed è mutata anche l’agenda del mondo. Si sono chiusi molti spazi di apertura verso il movimento. Marco Revelli è autore di "Oltre il 900", opera in cui teorizza il passaggio dalla figura del militante rivoluzionario a quella del "volontario".
La sigla del mondo contemporaneo è la velocità: nel giro di tre mesi ci siamo trovati a ripetere per ben tre volte la frase "Niente sarà più come prima": a fine luglio 2001, dopo i fatti di Genova, di nuovo dopo gli attentati dell’11 settembre e infine il 7 ottobre, quando è iniziata la nuova guerra mondiale, la prima guerra civile totale planetaria.
Cosa è cambiato per il movimento in questo nuovo contesto?
Gli avvenimenti dell’11 settembre hanno radicalmente mutato il nostro mondo, tanto la nostra vita quotidiana quanto le istituzioni politiche. Quegli avvenimenti infatti incideranno profondamente sul processo di globalizzazione mutandone le caratteristiche.
La globalizzazione neoliberista degli anni 90 può definirsi globalizzazione dolce rispetto a quella globalizzazione ancora più feroce che verrà. E’ terminata la fase soft della globalizzazione e si sta affermando un mondo più duro e violento, segnato oltre che da commercio e finanza anche dalla GUERRA, dal ritorno degli stati nazionali coi loro eserciti e apparati di polizia.
Siamo dunque di fronte ad un cambiamento di natura della globalizzazione: finora si era trattato di un fenomeno prevalentemente economico-finanziario, con caratteristiche di omologazione e appiattimento culturale. Ma la globalizzazione è essenzialmente un fenomeno spaziale, una sorta di rivoluzione del modo in cui gli uomini percepiscono lo spazio sociale (anche per l’influsso delle nuove tecnologie).
La prima rivoluzione "spaziale" della storia umana si verificò nel Neolitico, con l’invenzione dell’agricoltura, una seconda rivoluzione spaziale si ebbe a seguito delle grandi scoperte geografiche di 400 e 500, una terza rivoluzione spaziale coincise con la costruzione dei moderni stati nazionali fra 700 e 800. Con la costruzione dello stato-nazione lo spazio sociale si dilata enormemente.
Oggi, con questa nuova rivoluzione spaziale il nostro spazio sociale si sta ulteriormente dilatando per effetto di una doppia innovazione tecnologica nel campo dei trasporti e delle telecomunicazioni.
I moderni mezzi di trasporto consentono di trasferire merci e persone con una velocità impressionante da un capo all’altro del pianeta azzerando le distanze, mentre internet e l’e-mail ci consentono di comunicare in tempo reale con qualsiasi punto del pianeta. Il nostro spazio sociale coincide ormai con lo spazio planetario. E’ un fenomeno di compressione spaziale, qualcuno ha usato il termine stretching spaziale. Eppure a ciò non corrisponde un avvicinamento reale fra gli esseri umani: da qui il senso di solitudine e smarrimento.
Fino al 10 settembre l’Occidente ha vissuto questo processo in modo strano, si direbbe strabico, perché da un lato continuava a produrre spazio unificato in una sorta di occidentalizzazione del mondo, dall’altro se ne considerava fuori, o al di sopra, ritenendosi invulnerabile, superiore alle pulsioni ostili che in quello spazio unificato potevano maturare. L’Occidente si sentiva protetto dalla distanza, una percezione risalente all’epoca colonialista in cui i conflitti restavano confinati ai territori delle colonie e i popoli colonizzati non arrivavano mai a colpire la madrepatria. Questo modello di origine coloniale si è conservato a lungo. Ora, il crollo delle Twin Towers mette fine a questo mito: siamo costretti a prendere atto di vivere tutti nello stesso spazio. L’11 settembre impone a tutti una presa di coscienza: lo spazio della globalizzazione è uno spazio liscio, piatto, indifferente alla distanza.
Infranto il mito dell’invulnerabilità del suolo americano ci troviamo di fronte alla scoperta di quanto sia vicina la dimensione altra che ci sfida. La minaccia viene a noi da popoli lontanissimi e per certi versi sconosciuti. Caduta l’illusione della sicurezza compare così la figura del NEMICO. Nel suo ottimismo il neoliberismo della globalizzazione aveva minimizzato tutte le differenze e i conflitti esprimendo un’assoluta fiducia nel mercato, come se il mercato fosse capace di assorbire qualsiasi diversità. L’11 settembre ha mostrato l’infondatezza di tale ottimismo. Ecco compiersi allora un ritorno della politica su scala globale: il periodo della globalizzazione dolce era stato il momento dell’evaporazione della politica sottomessa a logiche di mercato. Dopo l’11 settembre la politica torna in campo, ma non col volto dolce che le fu proprio nella seconda metà del 900 (la stagione delle politiche sociali, del welfare ecc.) bensì col volto violento e feroce delle armi e della guerra.
Come cambiano dunque le prospettive per i movimenti no-global? I movimenti sono sorti nella fase della globalizzazione dolce: erano movimenti globalizzati ma critici verso la globalizzazione, venutisi a formare intorno a tre grandi nuclei tematici:
Questi tre grandi temi si erano strutturati dentro lo spazio della globalizzazione dolce. Le contestazioni al G8 erano volte a delegittimare quei poteri, non ad aprire con loro una trattativa. Si volevano occupare gli spazi del potere per dimostrare che un’alternativa era possibile. Si pensava di avere molto tempo davanti, che i piccoli David avrebbero avuto tutto il tempo per organizzarsi lentamente contro i crudeli Golia.
L’11 settembre e la guerra cambiano radicalmente il quadro.
Intanto alcune "profezie" del movimento si avverano: ad esempio il principio secondo cui le disuguaglianze erano insostenibili. Ma la delegittimazione della sovranità globale che era giunta a buon punto subisce un netto contraccolpo. Se fino all’11 settembre lo slogan "Voi G8 noi 6 miliardi" era credibile, oggi lo è molto meno. Di fronte ad un mondo spaccato dalla guerra spetta ora ai movimenti inventare forme di alternativa alla guerra: costruire agenzie di pace, inventare un modo per far dialogare i nostri immigrati e i nostri concittadini.
Fino a tre mesi fa il movimento era spinto dalla stessa globalizzazione soft. Ora la vita del movimento è più difficile: la globalizzazione col metodo della guerra complica le cose. Siamo sfidati a costruire un’antropologia di pace, superando i vecchi schieramenti. Si tratta ora di combattere non per un’appartenenza politica ma per appartenenza a valori umani fondamentali.
La politica sta vivendo una profonda crisi. Il 900 è stato il secolo della politica: nella politica sono confluite molte speranze che altri secoli avevano affidato alla religione, all’arte, o ad altre sfere. Si è pensato di poter risolvere tutti i problemi dell’uomo con la politica. La questione sociale è stata così affidata alla politica. Oggi questo meccanismo non funziona più perché i luoghi della produzione e quelli del conflitto non più gli stessi, il conflitto sociale diventa più difficile da praticare e gli stati non hanno spazio autonomo nell’ambito delle politiche sociali e del lavoro. Viviamo in un mondo in cui le disuguaglianze sono abissali: è necessario un cambiamento dello stile di vita dell’Occidente e dei suoi 800 milioni di privilegiati perché questo nostro standard di vita e di consumi non è generalizzabile a tutto il resto dell’umanità. Dobbiamo rallentare, ma ci troviamo in un sistema fondato sul principio della crescita infinita e illimitata. Non possiamo più pensare di affidare questo compito alla politica, qui si impone un radicale cambiamento delle coscienze.La soluzione deve partire dal basso, non col veicolo della politica ma con quello della coscienza rinnovata. Occorre costruire una rete di solidarietà e di relazioni umane. Nella condizione attuale infatti non sono soltanto le destre a volere la crescita del PIL: tutta la classe politica ragiona allo stesso modo, con la logica della crescita illimitata.
Qualcuno sembra ancora credere che questa sia una guerra come le altre, con un inizio e una fine. Ma il nostro timore è che questa guerra non sia destinata ad una fine perché non ha un obiettivo definito, è piuttosto la scelta di innervare nel processo di globalizzazione la dimensione bellica a sostegno della globalizzazione stessa. Perciò è urgente una nuova antropologia di pace.
A cura di Isabella Balbi