A cura di Isabella Balbi

Sandro Mezzadra

"Diritto di fuga"

Ombre Corte, Verona, 2001

Appunti dalla conferenza dibattito del 4/2/02 organizzata dal Legnago Social Forum

Sandro Mezzadra apre l’incontro con la ricostruzione di un’esperienza: la nascita a Genova nel 1993 dell’associazione "Città aperta". Nell’estate del ‘93 si era costituito a Genova in centro storico un comitato di quartiere in cui erano confluiti personaggi di diverse aree politiche (Lega, esponenti della destra, ma anche rappresentanti di altri gruppi) e tale comitato aveva scatenato una vera e propria caccia all’immigrato. Nelle settimane seguenti erano state organizzate iniziative di segno opposto tese ad esprimere solidarietà agli immigrati, ma all’inizio dell’autunno la polizia, su mandato del comitato di quartiere, proseguiva negli interventi contro gli immigrati. L’aggressione agli extracomunitari assumeva dunque una forma "istituzionale" con l’appoggio del comune e della questura.

Si decise allora di organizzare una manifestazione avente i migranti come protagonisti e fu fondata l’associazione "Città aperta", con un ufficio legale di supporto agli immigrati e con un gruppo di sanitari che riuscì a conquistare un ambulatorio in centro storico per l’assistenza agli immigrati. E non sono soltanto gli immigrati a ricorrere all’assistenza di questi sanitari, poichè in centro storico vivono anche cittadini italiani in difficili condizioni economiche cui è di fatto negato il diritto alla salute... (Vale forse la pena ricordare che nell’estate 2001 i gruppi dei sanitari e dei legali del GSF sono sorti proprio a partire dai nuclei di assistenza dell’asscoiazione "Città aperta").

L’esperienza di cui Sandro Mezzadra è stato testimone offre un chiaro esempio di protagonismo attivo dei migranti e propone lo spunto per uscire da una consolidata immagine del migrante come figura debole, penalizzata, potenziale oggetto di cura e assistenza, immagine diffusa anche all’interno della sinistra, che corrisponde in realtà ad uno stereotipo negativo e pericoloso.

Da allora altri eventi hanno dato visibilità ai migranti in quanto protagonisti del movimento di rivendicazione dei diritti dell’immigrato: in primo luogo la manifestazione del 19 luglio 2001 a Genova e poi la grande manifestazione del 19 gennaio 2002 contro il disegno di legge Bossi-Fini, seguita con grandissimo interesse in tutta Europa.

Nell’arco di tempo compreso fra queste due date si è verificato un crescendo di inizative pubbliche a favore dei migranti con decine di manifestazioni aventi i migranti stessi come protagonisti. E proprio il protagonismo dei migranti ha "incalzato" i vari Social Forum locali "costringendoli" a fare del tema dei migranti uno dei punti focali della loro attività.

Negli ultimi 10 anni l’immagine dei migranti trasmessa dai mass media è stata veicolata da espressioni e metafore linguistiche tratte dall’ambito naturale: si parla di flussi migratori, di ondate, alluvioni o cataratte migratorie, come se l’immigrazione fosse un fenomeno in cui masse umane sono trascinate al movimento da fattori oggettivi e come se la forza decisionale e la soggettività degli esseri umani coinvolti risultassero azzerate.

Sandro Mezzadra sottolinea invece l’aspetto del protagonismo soggettivo come causa determinante dei movimenti migratori: se è innegabile l’esistenza di cause oggettive all’origine dei processi migratori (carestie, guerre, ecc.), svolge comunque sempre un ruolo fondamentale la decisione soggettiva del singolo di lasciare il proprio paese e migrare all’estero.

Senza dubbio le guerre locali e globali dell’ultimo decennio hanno provocato la destabilizzazione di intere aree scatenando il fenomeno migratorio. Ma più spesso di quanto si creda vi è all’origine della migrazione il progetto soggettivo di un essere umano che desidera costruire altrove il proprio futuro e rivendica a sè tale diritto.

Se ci limitiamo a cogliere solo l’aspetto oggettivo nelle cause del fenomeno migratorio, vedremo i migranti solo come oggetto di cura e ssistenza e assumeremo atteggiamenti paternalistici verso soggetti ritenuti deboli e bisognosi.

Esiste una ricerca teorica, soprattutto di matrice anglosassone, che vede nel profugo senza radici il paradigma di un nuovo modello di libertà. La condizione del migrante è dunque ambivalente: da un lato egli è oggetto di sfruttamento, dall’altro la sua condizione è paradigmatica di una profonda domanda di libertà.

Tre questioni fondamentali si pongono in quest’ottica all’attenzione del Movimento Globale:

  1. GLOBALIZZAZIONE
  2. I migranti ci mostrano la globalizzazione sotto una luce diversa, come insieme di processi ambivalenti: da un lato la globalizzazione è liberalizzazione dei trasporti, dei mercati, della circolazione di merci e capitali; dall’altro essa è all’opposto, rafforzamento dei confini e degli ostacoli alla libera circolazione degli esseri umani. I fondali del Mediterraneo e dei fiumi Oder-Neiße (la linea di confine fra Germania e Polonia) sono "lastricati" dei corpi dei caduti nella guerra ai migranti. Eppure i movimenti migratori degli ultimi 20 anni sono stati un grande laboratorio di globalizzazione dal basso: dentro i movimenti migratori milioni di esseri umani hanno organizzato la propria esistenza prescindendo dai confini nazionali, in forma cosmopolita.

  3. CITTADINANZA
  4. I migranti sono oggi gli esclusi per eccellenza delle nostre società. I "centri di detenzione amministrativa" sono veri e propri campi di detenzione presenti ovunque in tutta Europa, luoghi di segregazione, esclusione e marginalizzazione. Eppure i migranti sono stati protagonisti di dure battaglie politiche nel rivendicare i loro diritti, a cominciare dal diritto ad avere diritti. Al clandestino infatti la possibilità di avere diritti è negata alle radici. I migranti mostrano diffidenza verso il principio dell’integrazione: essi rivendicano piuttosto il diritto ad un doppio spazio di vita (nel paese natale e in quello di elezione), magari il diritto ad una doppia cittadinanza.

  5. LAVORO

Anche qui emerge l’ambivalenza della condizione migrante: da un lato i migranti rappresentano quella spoliazione dei diritti che le politiche liberiste tentano di estendere a tutta la sociatà, dall’altro la mobilità del lavoro di cui i migranti sono figure paradigmatiche è stata una delle molle della trasformazione produttiva che ha caratterizzato lo sviluppo in occidente negli ultimi decenni.

 

 

 

 

Sandro Chignola

Appunti dalla conferenza dibattito del 4/2/02

organizzata dal Legnago Social Forum

Il Coordinamento antirazzista Caesar K. di Verona sta cercando di riproporre a Verona un’esperienza analoga a quella dell’associazione "Città aperta" di Genova. Già nella discussione aperta sul disegno di legge Bossi-Fini è emerso il protagonismo dei migranti attraverso una partecipazione massiccia degli immigrati alle iniziative in atto riguardanti il diritto alla casa e lo sciopero del lavoro migrante.

Parlare del lavoro migrante non significa soltanto occuparsi del lavoro nero degli stranieri, ma anche di quel lavoro nero a cui tutti ormai siamo incatenati a seguito delle trasformazioni liberiste (lavoro interinale, precarizzazione del lavoro...).

Le lotte dei lavoratori stranieri sul lavoro riguardano anche noi, la nostra condizione di lavoratori minacciati dal precariato perenne.

Le metafore naturalistiche di cui parla Sandro Mezzadra abbondano, non a caso, nel disegno di legge Bossi-Fini, di cui Sandro Chignola sottolinea in particolare l’aspetto dell’introduzione del contratto di soggiorno per lavoro: d’ora in poi un lavoratore straniero potrà restare in Italia solo per la durata del suo contratto di lavoro. L’abolizione dell’art. 18 porterebbe poi alla possibilità di licenziamento in qualsiasi momento e per il migrante al rientro forzato nel paese d’origine.

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