E' duplice
l'augurio da farsi ora che Carlo è stato seppellito, il fumo dei
lacrimogeni dissolto e quello delle polemiche si addensa in vortici di
deja vu.
No, non torniamo indietro, per favore. Non
riesumiamo, sulle rovine di Genova, i vecchi arnesi ideologici riposti
insieme ai sogni nei cassetti del '68 e '77. Questo movimento è un'altra
cosa; anche se odora, a tratti, di ben conosciute muffe.
La
mobilitazione del G8 è stata un Giano bifronte. Con una faccia oscura,
quella di una violenza mai vista (al confronto Seattle, Davos e Praga
erano passeggiate), appena velata da qualche straccio pseudoideologico
(non chiamiamoli anarchici, questi devastatori di professione! Il loro
nero è più quello viscerale dei bassi istinti che quello nobile di una
tradizione politica che comunque ha un posto nella storia).
Una
violenza, insomma, allo stato puro, da "Arancia Meccanica" più che da
insurrezione contro lo Stato.
Questa altalena di lati chiari e
oscuri degli eventi di Genova impone - una volta raccontati a caldo i
fatti - una riflessione scomoda, ma che va fatta.
Tentiamola. Dopo
Genova, niente può più essere come prima: il movimento e le forze
politiche che dialogano con le varie componenti devono fare i conti con
una violenza non marginale, non da "effetto collaterale", ma prima attrice
sulla scena. Non importa se a devastare sono stati cinquecento (come
diciamo noi) o cinquemila (come dice la polizia) tute nere: è stata la
qualità della violenza, nella sua assoluta protervia, a far saltare le
regole del gioco.
Non dico "gioco" per caso: le tute bianche di
Luca Casarini, protagoniste del pre-G8 sino a quando non sono state
brutalmente spodestate dalle tute nere, avevano tentato un sentiero
difficile ma interessante che era quello di optare per una
"rappresentazione simbolica" dello scontro, più che per lo scontro vero e
proprio. Una "disobbedienza civile" in cui si trasgrediva all'ordine
ritenuto ingiusto, ma senza offendere persone e cose.
Ora che
persone e cose sono state offese come non mai, il gioco scenico non può
più funzionare. La consapevolezza e l'autocontrollo necessari per
sublimare il piacere testosteronico della violenza in azione simbolica,
indispensabili per arginare la voglia di corpo a corpo che un giovane
maschio conosce (e sarebbe ora di indagare in questo mito del "macho"
guerriero cui soltanto il subcomandante Marcos e le femministe hanno sin
ora strappato la maschera) e indirizzarla verso una guerriglia più mimata
che vissuta, non sembrano più sufficienti. La violenza sic et simpliciter
delle tute nere ha spazzato via qualunque zona intermedia, qualunque
confine tra attacco vero e attacco rappresentato e dunque la prima cosa da
fare è una scelta chiara, adamantina, per la non-violenza tout court. Una
scelta autenticamente gandhiana, per intenderci.
Ridurre a zero
l'ambiguità, per non parlare delle eventuali e credo rare complicità che
alcune componenti del movimento possono ospitare. Questo è normale in un
arcipelago così complesso e variegato; e non dimentichiamo che molti
militanti rischiano, se incalzato da eventi drammatici, di tramutarsi da
pacifisti in violenti nell'arco di un secondo.
La volontà di
non-violenza, nonostante le naturali voglie di vendetta e di rivincita, è
un argine che il movimento deve rafforzare con la massima determinazione.
Come, lo si studierà insieme; ma va fatto hic et nunc, prima che
sia troppo tardi, prima che si imbocchino le derive già tragicamente
percorse dai movimenti-padri del '68 e del '77.
Come scrive il capo
Shuar Tzamraini Naychap, in prima linea alla guida di un piccolo popolo
indigeno dell'Ecuador contro la multinazionale Texaco (dunque, una vittima
per antonomasia della globalizzazione, contro cui tanti hanno marciato a
Genova): «è arrivata l'epoca di una guerra sin sangre e sin armas, senza
sangue e senza armi, per difendere la terra e tutti gli esseri viventi.
Noi sappiamo farla con l'alta tecnologia spirituale che la sapienza
ancestrale dei nostri antenati ci ha tramandato».
Sorridete per
l'ingenuità degli Shuar? Qualcuno avrà sorriso anche dell'ingenuità di
Gandhi. Ma questa è l'unica scelta per questo movimento planetario sia per
allontanare da sé le varie tute nere e i tentativi di screditare l'intero
movimento a causa delle male-azioni delle medesime, sia per recuperare
quel che è andato perso per strada tra i rifiuti e i bossoli dei
lacrimogeni.
I perché, ovvero i motivi, le ragioni, le istanze che
questo popolo di Seattle-Genova esprime ed esprimerà. I contenuti della
protesta, insomma, che sono i veri desaparecidos del G8, insieme ai
ragazzi pestati e dispersi della scuola Diaz.
La novità politica
che la parte più avanzata di questo movimento ci impone di affrontare è la
consapevolezza che la lotta per governare la globalizzazione, per renderla
più equa, più umana, più attenta all'ambiente, non si fa con gli scontri
ma - come scrive Michele Serra - "con gli scontrini". Andando a far la
spesa consapevolmente, per esempio rifiutando il ruolo di consumatore
passivo e assumendo quello di cittadino attivo in ogni atto quotidiano,
anche minimo; perché ogni azione pesa sull'equilibrio ecologico e sul
divario tra ricchi e poveri.
La vera rivoluzione oggi è introdurre
regole forti nel mercato globale a tutela dei diritti umani, dei
lavoratori, degli ecosistemi della terra. Si fa perfezionando gli accordi
di Kyoto più che le tecniche di guerriglia. Combattendo nemici insidiosi e
invisibili come gli Ogm nel piatto, piuttosto che i poliziotti-ragazzi di
pasoliniana memoria. Si fa contribuendo a ridisegnare la geografia dei
grandi organismi internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario), delle
multinazionali che stanno tentando di impadronirsi del mercato globale,
dei governi nazionali sempre più esautorati di potere reale. Al contrario
del '68, non si dà battaglia per conquistare il potere in tutta la sua
gloria, ma per rivelare la miseria del potere.
Il codice culturale
che traversa molte anime del movimento pacifico è ancora in gran parte da
decifrare. E' urgente decriptarlo, e di questo devono soprattutto
discutere le forze politiche. Di questo e dei contenuti. E su questo
devono dialogare con le varie componenti. Altrimenti ogni incontro-scontro
con i popoli della protesta verrà ridotto a mero problema di ordine
pubblico. Se questo accadrà non ci resterà che raccogliere i cocci - di
bottiglia e simbolici - di un movimento che ha invece in sé tanta parte di
ideali e di speranze. E che può agire da magnete su migliaia di giovani,
sottraendoli alla tentazione della violenza.
A ognuno il suo,
dunque. I movimenti e le forze politiche devono prendersi ciascuno le
proprie responsabilità, e subito.
Grazia
Francescato
da L'Unità di Sabato 28 Luglio 2001
(31
luglio 2001)