L'ETEROGENEITA' DEL MOVIMENTO COME PROGETTO POLITICO (spedita anche al Manifesto)

Vi scrivo (a titolo personale: le sigle servono solo a identificare il
mio ambito di provenienza) chiedendovi attenzione, nonostante che parte
delle cose che dirò siano in contrasto con quanto finora emerso sul
"nostro" giornale: non è un caso che scriva proprio al Manifesto,
l'unico quotidiano cui sia abbonato.
Indipendentemente dalle motivazioni che hanno spinto con convinzione
ognuno di noi a costruire il controvertice genovese, ed a partecipare
alle manifestazioni di piazza, sarebbe ingenuo non partire da ciò che
emerge come il dato prioritario che ci riguarda tutti: il cambio netto
avvenuto nella cultura politica di questo paese (e non solo), e nelle
dinamiche repressive con le quali si è deciso di affrontare il dissenso
sociale, e nello specifico questo movimento. Siamo di fronte ad una
svolta autoritaria, che non riguarda più solo i G8 o il GSF, quanto i
rapporti di forza all'interno dell'Italia, il rapporto tra i "poteri
costituiti" e la piazza, il ruolo del nuovo governo. Anche chi come il
sottoscritto è parte del movimento del commercio equo e solidale e
lillipuziano, e si è mobilitato a Genova (assieme a tantissimi altri)
partendo da contenuti relativi soprattutto alla politica internazionale,
allo squilibrio Nord/Sud ed alla giustizia economica, deve tener conto
del nuovo contesto nel quale i suoi obiettivi e le sue forme
organizzative si collocheranno d'ora in poi.

E proprio tenendo conto di ciò, mi e vi interrogo sulle prospettive del
movimento che a Genova ha dato così grande prova di sè stesso, e
contemporaneamente è stato sottoposto a così dura prova. Nel cercare di
dare un senso a quanto è successo, e una direzione al nostro agire
futuro, mi preme innanzitutto evitare che gli esiti dell'inedita
violenza manifestatasi a Genova ci facciano perdere di vista il senso e
i contenuti della nostra partecipazione, la limpidezza e chiarezza dei
nostri obiettivi, espropriandoci dei nostri valori e del percorso che ha
portato nelle strade centinaia di organizzazioni differenti e centinaia
di migliaia di persone di estrazione sociale e provenienza estremamente
diversa. E uno dei modi attraverso i quali questa perdita di senso e di
partecipazione può avvenire, è l'affermarsi all'interno del Genoa Social
Forum di una sorta di "pensiero unico" che - nella concitazione del
"giorno dopo" e dell'emergenza del "che fare" - perda di vista la
propria eterogenità, per proporre modalità, riti e parole d'ordine che
non rappresentano larghe parti della base del GSF. Mi sembra un rischio
davvero concreto, guardando agli avvenimenti di questi ultimi giorni.
Osservo l'affermarsi di slogan e modalità decisionali che tendono ad
escludere, invece che includere, riproponendo come prospettiva
prioritaria per il movimento una strumentazione da sinistra
tradizionale, di piazza e movimentista, a mio avviso assolutamente non
in grado (come sostiene anche Pietro Ingrao, nella vostra intervista di
venerdì scorso) di cogliere e riproporre la richiesta di innovazione -
nelle forme e nei modi, oltre che negli obiettivi politici - che da
Seattle/Chiapas in poi ha costituito la vera novità politica del
panorama occidentale, e la vera minaccia ai poteri forti ed
all'abdicazione della politica istituzionale. L'enorme pressione che il
GSF (e prima di tutti Vittorio Agnoletto, cui va la mia solidarietà) ha
subito e subisce non giustifica l'evidente tentativo da parte di troppi
subcomandanti nostrani (e appunto non parlo di Agnoletto) di
egemonizzare il movimento, riducendone la complessità ed eterogenità ad
una dimensione non rappresentativa della sua base. Proprio per
salvaguardare una prospettiva politica e organizzativa in grado di
confrontarsi con la svolta autoritaria e col cambio di clima politico
che Genova ha evidenziato, è necessario mantenere al centro del nostro
agire la ricchezza di contenuti e trasparenza di modalità (la scelta
vincolante della nonviolenza, aspetto ancora non digerito da chi ha
predicato "l'invasione della zona rossa") che essa sola è in grado di
porsi come inclusiva verso chi a Genova non è venuto ma ha capito cosa
vi è successo, o verso chi a Genova c'era ma ora si sente disorientato e
incerto. Il disagio che cerco di esprimere "dall'interno" - e credetemi,
molto molto presente tra organizzazioni e persone - deriva dal
confrontarsi con una serie di indicazioni future che appare
improvvisata, e dal costituirsi di fatto di un "direttorio"
autoreferenziale all'interno del GSF che appunto esprime un "pensiero
unico" che guarda all'indietro invece di guardarsi attorno e avanti. Per
esempio: l'annunciato controvertice del novembre prossimo a Roma, in
occasione del meeting della Fao. Non è col semplice rilancio
d'iniziativa che rilanceremo il movimento e la sua capacità di
aggregazione e rappresentazione, bensì con la nostra capacità di
inventare forme nuove di mobilitazione capaci di confrontarsi con
l'imbuto di violenza e smarrimento che è andato in scena a Genova. O
crediamo che solo la ripetizione di ciò che è già stato possa dare
visibilità e capacità di incidenza al nostro agire? E come pensiamo di
allargare - non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e cioè
aumentandone l'eterogeneità - la base partecipativa del GSF o di ciò che
ne prenderà il posto? Rivendico - anche in rappresentanza di
organizzazioni aderenti al GSF che finora hanno appreso dai comunicati
stampa le decisioni per il futuro - modalità decisionali partecipative,
e la presa in seria considerazione di modalità di protesta che, senza
rinunciare alla presenza in strada ed alla partecipazione delle persone,
possano dare sostanza a metodologie e manifestazioni che peschino
esplicitamente dall'abbondante - solo a volerlo guardare - patrimonio di
esperienze di forme di lotta della noviolenza praticata. Oltre il velo
di reazione e rabbia che ha mobilitato tanta attenzione e partecipazione
attorno al GSF dopo Genova, avverto tra i "reduci" anche un'interrogarsi
dubbioso che non costituisce affatto garanzia che la rete di
organizzazioni che ha costruito il GSF si presenti domani così ricca e
compatta. E' questo ciò che si vuole? Non sarebbe questa la più grande
sconfittà, oltre che sconfessione delle basi da cui il GSF è partito?
Abbiamo già una vasta esperienza del fallimento prima di tutto
culturale, e poi politico, di movimenti autoreferenziali che si avvitano
sui propri riti interni. C'è una secca contraddizione tra il rivendicare
l'ampia ed eterogena composizione del GSF e dei manifestanti di Genova,
e poi non saper rinunciare al fatto che sia una bandiera rossa (scusate
se forzo un pò) ad indicare la direzione e le forme della mobilitazione.

Ciò vale anche per il maggior simbolo che purtroppo Genova ci lascia:
Carlo Giuliani. Chiedo scusa a tutti per l'apparente freddezza di quanto
sto per dire, ma è necessario dirlo: alla tragedia vissuta da tutti in
relazione alla sua morte, non corrisponde affatto lo stesso significato
politico (sul valore umano della perdita irrimediabile e
ingiustificabile di una vita umana siamo tutti d'accordo) che le si
attribuisce. Mi permetto di dire che essa non mi rappresenta, e aggiungo
che ho la netta sensazione che siamo in tantissimi - silenziosi - a non
sentire come un valore il fatto che da Genova sia emerso un "martire",
un simbolo. Non possiamo ignorare le modalità nelle quali questo tragico
e assurdo fatto è avvenuto: una morte sbagliata in un modo sbagliato in
un contesto assurdo, di reciproca aggressione, di violenza esplicita e
voluta (e il fatto che le armi in "dotazione" ai due ragazzi fossero
diverse, non ne cambia purtroppo il significato). Questo contesto non mi
(ci) rappresenta, e sentiamo con disagio il fatto che esso assurga a
motivazione attorno cui aggregare sentimenti e partecipazione,
indirettamente legittimando quel contesto fatto di modalità che non solo
noi rifiutiamo, ma che riteniamo anche politicamente perdenti. Sono già
emersi - e tutti li abbiamo visti coi nostri occhi - sufficienti episodi
di carattere collettivo (l'aggressione violenta e ingiustificsabile al
Media center del GSF ed alla scuola di fronte, le violenze/torture nella
caserma di Bolzaneto), perfettamente in grado di rappresentare ciò che a
Genova è accaduto, il suo significato politico e soprattutto le
responsabilità delle persone e delle istituzioni. Non abbiamo affatto
bisogno di "eroi" (ricordate Brecht?), col rischio concreto - e per me
inaccettabile - di legittimarne le modalità. Mi rendo conto della
delicatezza dell'argomento, e mi scuso ancora con chiunque sia
direttamente coinvolto nella morte di Carlo: se mi permetto di dire ciò
è perché sono certo del fatto che è molto ampia la fascia di
organizzazioni e persone che la pensa pressapoco come me. E a voi lo
pongo come problema politico e culturale.

Se l'eterogeneità è un valore, e non uno slogan o una risorsa per
qualcuno, essa deve diventare il centro di un progetto politico "capace
di futuro".

Giorgio Dal Fiume
Ctm altromercato/Lilliput

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