LA GLOBALIZZAZIONE: effetti economici, sociali e ambientali

Trascrizione degli interventi del convegno tenuto nel corso del Festival Terra e Libertà a Legnago il 24 agosto

Festival "Terra e Libertà", Legnago, 24 agosto 2003

LA GLOBALIZZAZIONE:

effetti economici, sociali e ambientali

Trascrizione degli interventi del convegno.

Interventi di:
Massimo Serafini - Legambiente (Goletta verde) - giornalista
Paolo Rizzi - Ricercatore (telecomunicazioni) - Ass. per la Pace - Contratto mondiale dell'acqua
Edgard Serrano - prof. Sociologia (Padova) - Consulta naz. per l'immigrazione

Moderatore Adelino Zanini

Introduzione di Adelino Zanini
    Massimo Serafini  parlerà di clima, questione energetica, alternative al combustibile fossile. Inquinamento ed energia fossile, riscaldamento dell'atmosfera, problema dell'acqua.

    Paolo Rizzi parlerà di governo e privatizzazione della risorsa acqua, al centro di una vera e propria mercificazione e di conflitti che stanno attraversando tutto il sud del mondo e del ruolo del WTO.

   Edgard Serrano parlerà delle conseguenze sociali della globalizzazione, di diseguaglianza Nord-Sud e di processi migratori.

 

 

Massimo Serafini

A me pare sotto gli occhi di tutti che chi ha il potere nel mondo sull'attuale processo dell'economia non sia in grado di offrire una soluzione credibile al più grande problema che travaglierà l'umanità nel III° millennio: il mutamento del clima del pianeta. Se n'è parlato molto quest'estate, spesso a sproposito, spesso per giustificare ulteriori peggioramenti del clima, ma è abbastanza evidente che ciò che il III° rapporto dell'ONU sui mutamenti climatici diceva comincia a manifestare - ormai - in modo evidente i suoi effetti. Non è solo la calura che abbiamo avuto quest'estate, presto - io lo dico sperando che non sia vero - avremo i giornali pieni sulle piogge che causeranno frane inondazioni, che causeranno tutte cose non piacevoli per la vita di ogni giorno. Però ormai chi ha poteri di decisione, chi ha poteri scientifici e tecnici, deve apprezzare la gestione dei territori in modo [da essere] capaci di [prevenire] il mutamento del clima. Legambiente dice che non si devono adeguare le cose che facciamo al mutamento, ma che bisogna prevenire e non far mutare il clima.

[Con] l'attuale "gestione della globalizzazione", [per mezzo] degli istituti che abbiamo ricordato: il WTO, i grandi strumenti che tutelano la libera circolazione del capitale, l'idea che è corsa dentro Johannesburg è che energia, acqua, presto ci diranno anche l'aria, possono diventare merci che società private vendono ai cittadini. [All'interno di] quest'idea è evidente che il mercato non approverà mai una linea che metta a posto il clima del pianeta. In un'intervista un meteorologo qualche giorno fa [disse che] se le tendenze all’aumento della temperatura sono quelle previste dal III° rapporto sul clima, in discussione - per stare al nostro paese e al mediterraneo - ci sono 4500 Km di coste e la vita su di esse. La dimensione del problema è questa e mi spaventa l'assoluto silenzio e l'assoluta incapacità di prendere decisioni politiche che mettano mano a questo stato di cose. Che dicano [che]è ora di mettere mano ad una politica di precauzione, di prevenzione rispetto a queste previsioni. Un piccolo passo era stato fatto, si chiamava Kyoto; si diceva: riduciamo al 2010 le emissioni che facevamo nel 1990 del 6,5%. Per dare un dato noi italiani siamo in controtendenza e le abbiamo aumentate del 6,5%. Quindi noi, da oggi, nel momento in cui ci lamentiamo dell'estrema calura, e pensiamo (qualcuno pensa) che questi fenomeni climatici sono affrontabili per via impiantistica, avremo scienziati che ci daranno condizionatori quando farà caldo, argineranno i fiumi chissà come quando ci saranno i temporali. Ci daranno la soluzione tecnica, senza capire che la soluzione sta anche nella modifica dei nostri modelli e stili di vita che sono al centro dell'esplosione di questo dramma meteorologico.

La posizione degli americani la conoscete. Sono la più grande potenza del mondo e per il possesso e il controllo della principale risorsa fossile che genera l'effetto serra hanno deciso di inventare le guerre preventive, per il controllo dei luoghi dove è concentrato l'80% delle risorse petrolifere che è tra Iraq e Arabia Saudita. Gli americani hanno stabilito anche nell'ultimo vertice di Johannesburg che "lo stile di vita americano non è negoziabile". Loro vanno avanti col petrolio. probabilmente rispolvereranno e rilanceranno il nucleare - sempre che trovino qualche compagnia di assicurazione che assicura l'investimento - e soprattutto, hanno deciso di non mettere minimamente mano al loro stile di vita. (per fare degli esempi: molti americani non solo condizionano grandi ambienti di 800mq, ma asciugano i panni lavati coi ventilatori elettrici. Consumano [così, altissimi livelli] di elettricità, cioè di una risorsa che richiede la combustione per essere prodotta, la combustione di petrolio che genera le emissioni di CO2). Gli americani hanno detto a questo problema sarà il mercato che ci pensa. Quando il sole diventerà un'energia altrettanto poco costosa, come il petrolio e, soprattutto, essendo il sole distribuito dappertutto e chi non ha il petrolio quell'energia lì la può avere, allora vedremo. E' evidente che questa svolta energetica non sarà mai promossa da chi ha fatto la scelta di andar avanti col petrolio e ne presidia le fonti primarie. La prima conseguenza di questo, è l'intreccio profondo fra il mutamento del clima e la povertà. E' la negazione all'80% dell'umanità del diritto all'energia. [Questo] anche per promuovere uno sviluppo dei loro territori autoctono e come cavolo lo vogliono loro, sulla base delle loro culture e delle loro tradizioni. L'energia è un elemento determinante. Dato che è impensabile che miliardi di persone dall'Africa all'India alla Cina possano ripetere un modello di approvvigionamento energetico basato sui combustibili fossili, perché andrebbe a fuoco la terra, è evidente che nella scelta di chi dice "a me del clima non mi interessa", c'è la scelta che il mondo deve andare avanti col 20% che vive alla grande e l'80% che deve vivere nella povertà, nelle malattie nelle cose che conosciamo perfettamente.

Non è che la risposta dell'Unione Europea a Johannesburg sia stata brillante. Gli italiani poi si sono particolarmente distinti, perché anziché dire "noi andiamo avanti con Kyoto, mettiamo mano al modo in cui ci trasportiamo e al modo in cui ci procuriamo l'energia elettrica", hanno deciso di ricorrere al meccanismo flessibile, cioè al commercio delle emissioni, per cui se un imprenditore italiano fa un investimento in una foresta o come ha pensato bene di fare il governo attuale, una centrale nucleare in Slovenia, quella, non producendo CO2 ci da un credito, a noi, non a chi deve ospitare l'investimento di emissioni con cui si raggiungerebbe il 6,5%. Nessuno dei paesi ricchi è disponibile a mettere mano al proprio modello di vita e di produzione; questo è il quadro.

Uscire dal petrolio - secondo noi ambientalisti - è l'asse. Ci sono delle possibilità concrete di una svolta energetica, anche [se] quest'estate ci hanno raccontato delle sonore panzane su questa storia del black-out in particolare del black-out, americano. E’ abbastanza ridicolo che vengano a dirvi all'ultimo momento, dopo avervi invitato a prendervi il condizionatore, magari messo in una struttura edilizia dove il calore entra da tute le parti perché mal costruita, vi hanno detto risparmiate energia. Poi hanno capito che era un po' tardi e hanno detto lessiamo i pesci: consentiamo alle centrali che sono in produzione di scaricare acqua a 50° in modo che […] e questo l'hanno detto sia chi è al governo sia chi è all'opposizione, perché nessuno vuole uscire dalla civiltà industriale. Do tre indicazioni: 1. è così automatico che un paese come il nostro che esce dalla fase dell'industrializzazione di base, che ha una crescita della popolazione pressoché zero, debba aumentare i propri consumi energetici e debba passare da 180 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio a - secondo le previsioni - 200-220? O è possibile organizzare usi razionali dell'energia che [ne] riducano il fabbisogno? Io credo a questa seconda strada. Credo che questo paese debba, potrebbe soddisfare [le esigenze] delle famiglie ma anche [del settore] produttivo, quello postindustriale, che non richiede, come l'industria di base o la siderurgia, grandi quantità di energia; parlo di una società di servizi, dove l'informatica non ha bisogno di milioni e milioni di chilowattora di energia come ne aveva bisogno l'industria e la crescita della popolazione non c'è per nuova domanda. [Le domande di energia] sono tutte domande indotte da chi la offre mentre dovrebbe essere a rovescio e cioè stabilire un fabbisogno che promuova degli stili di vita, di benessere, che abbia qualità e non lo spreco. Ridurre i consumi è una scelta industriale, non è una scelta etica e basta. Significa promuovere l'industria degli elettrodomestici [con] una campagna per fare entrare nelle nostre e case elettrodomestici ad altissima efficienza, significa promuovere una campagna sull'edilizia per cui non ci consegnino delle case che sono dei colabrodi che ci fanno crepare [dal caldo] (pensiamo solo alle scuole dove mandiamo i nostri figli, dove d'inverno bisogna aprire le finestre perché i caloriferi vanno a trentamila e d'estate l’ultimo mese crepano di caldo). Bisogna promuovere strutture bioedilizie . 2. Dare spazio alle rinnovabili, che non hanno un problema di costi o tecnico, funzionano. L'acqua calda la fa il sole, che produce anche elettricità e così pure anche il vento se catturato. La biomassa è in grado di produrre elettricità e calore. Qual è il problema? Dicono i costi. E' vero che il kW da petrolio costa 6-700£ in meno del kW da collettore solare. Ma i conti come si fanno? Il kW da petrolio nei suoi conti non ha mai i costi che paghiamo noi di salute, del cambiamento del clima che produce. O incorporiamo anche l'esternalità e vedrete che quelle 1000£ che costa un kW da sole il kW da petrolio ci va molto vicino perché basta fare i conti dell'aumento di bronchiti, dell'aumento dei costi sanitari dovuti all'inquinamento e allora vedrete che è fasullo questo modo di fare i conti. Ci si può muovere anche all’interno della logica del mercato come i tedeschi che hanno promosso le rinnovabili e il solare in questo modo: consentendo ai cittadini di mettere il pannello e obbligando chi distribuisce l'elettricità a comprare quell'energia, pagando al cittadino anche il vantaggio ambientale perché immette, nella rete che serve la comunità, energia pulita, che non fa male al clima e ai polmoni della gente. La prima cosa da fare dopo i black-out e dopo la constatazione che il clima diventa tropicale come ci hanno detto, [sarebbe di] partire con queste cose semplici. Insegnare alla gente a usare energia rinnovabile e a usarla bene in modo che non la si sprechi e si consenta al resto del pianeta di avere questo diritto d'accesso all'energia.

Paolo Rizzi

[Citazione:] Vandana Shiva, "Le guerre dell'acqua". L'india sarà la prossima sede del forum dell'acqua. : "La crisi dell’acqua è una crisi ecologica che ha ragioni commerciali ma non soluzioni di mercato" perché le soluzioni di mercato distruggono la terra e aumentano le disuguaglianze. La soluzione alle disuguaglianze è la democrazia. La soluzione alla crisi dell'acqua è la democrazia ecologica"....

Le soluzioni di mercato non sono la soluzione. La povertà è la figlia di queste non soluzioni che il mercato offre. La povertà sta aumentando nel mondo. Consumiamo l'86% delle risorse anche se siamo il 20% della popolazione mondiale, ma i dati sono sempre più allarmanti. Negli anni '60 il rapporto della ricchezza fra ricchi e poveri era di 30/1 adesso abbiamo un rapporto di 74/1. La forbice fra ricchi e poveri si allarga. Gli stati di cui noi siamo cittadini manifestano la loro povertà e dicono che non sono capaci, non hanno risorse per risolvere questi problemi, piangono povertà e affidano al mercato la soluzione. Il mercato è l'unico che può fare questo. Ciò comporta che noi verremo trasformati da cittadini, cioè da detentori di diritti, in clienti, di cui l'unico diritto è di non essere fregato se io pago il prodotto che decido di acquistare. Non hanno altri diritti i clienti perché non sono società danneggiata, sono bisogni che devono soddisfare e sono diversi gli uni dagli altri. Io posso avere bisogno di consumare 10lt di H2O ]oppure potrei averne] bisogno di 800 se ho la piscina. Di queste cose si occupa il mercato. Ma per avere il diritto di accesso che sta alla base di tutti i diritti se ne devono occupare i cittadini. Se noi rinunciamo ad avere questo ruolo e quindi le istituzioni che ci rappresentano abdicano al mercato noi perdiamo questo stato sociale e non abbiamo più nessuno che ci possa realmente tutelare.

Il mercato ha un suo DNA ed è quello di trarre profitti dagli investimenti altrimenti non sarebbe un mercato. Noi attribuiamo al mercato questa capacità ma non la soluzione dei nostri problemi: garantire l'accesso a 1,5 miliardi di persone il diritto - negato - all'accesso all'acqua potabile. Ci sono 6 milioni di morti legati all'acqua (per malattie gastrointestinali - che colpiscono soprattutto i bambini -, o malattie legate ai vettori (malaria)). [A causa] del mancato accesso e a questa [risorsa] quest'anno l’ONU ha proclamato l’anno mondiale dell'acqua. [Il problema dell’acqua] è' legato a un altro problema [quello] della fame che sfugge ancora al controllo della FAO. Doveva essere risolto entro il 2000 [ma] abbiamo ancora 800 milioni di persone sottonutrite. Il problema del cibo è legato all'acqua. L'agricoltura consuma il 60-70% dell'acqua con dei modelli che sono imposti da questo mercato che sposa logiche industriali. Il 12-15/09 a Cancun (Messico) si terrà il vertice del WTO dove sarà centrale il tema dell'agricoltura, assieme al GATS - accordo sui servizi -. Lì si giocherà [questa – l’agricoltura -]merce di scambio che se viene risolta, tra i paesi in via di sviluppo e i paesi sviluppati poi [verrà affrontata] l'altra richiesta: quella di aprire i servizi per trasformare il WTO da World Trade Organization in World Economic Organization e riprendere gli accordi che a Singapore si erano interrotti e quindi far si che tutto sia in mano al mercato. Quindi, non più le partnership o le joint-venture, ma chiunque va in qualsiasi parte del mondo mette la sua azienda sfrutta fin che può e poi cambia e va da un’altra parte senza più nessun tipo di vincolo. Questo è quello che vuol fare il WTO. Per fare questo è necessario fare oggi l'accordo sull'agricoltura. L'Europa andrà a Cancun chiedendo la liberalizzazione dei servizi: energia, trasporti, sanità, istruzione. [Con l’argomento] energia c'è anche l'acqua. L'Europa ha chiesto a 119 paesi in via di sviluppo di aprire i loro servizi e a 82 di questi paesi ha chiesto di aprire il mercato dell'acqua alle multinazionali. Questa richiesta era già stata fatta a Kyoto al comitato Rio+10 dove noi del forum per l'acqua non siamo andati, abbiamo disertato, abbiamo creato un forum alternativo a Firenze, abbiamo creato il FAMA, perché non volevamo affogare nell’appiattimento di Kyoto dove la regola era l’accettazione delle tre P: "Partnership, Pubblico, Privato" come unica soluzione a questa mancanza di accesso e al bisogno di soddisfarlo. Noi abbiamo detto che questa non è la soluzione, perché questa situazione è la conseguenza di questo mercato e abbiamo rifiutato di partecipare, [così abbiamo deciso di] fare questo forum alternativo.

L'obbiettivo delle organizzazioni internazionali ora non è più di dare acqua e cibo a tutti ma di ridurre di metà (a 750 milioni) entro il 2015 questa vergogna . Questa è una riduzione dell’impegno economico dei paesi ricchi: dallo 0,6% del PIL in cooperazione si è passati allo 0,3% entro il 2006. L’Italia è il fanalino di coda con lo 0,012% del PIL che diventa niente perché per mandare gli alpini in Afganistan hanno attinto da questi fondi. Per l'agricoltura abbiamo sovvenzioni di 240 miliardi di $. Queste sovvenzioni impediscono agli agricoltori del sud di esportare i loro prodotti sui nostri mercati. Es. il riso italiano costa meno del riso del Bangladesh a causa di queste sovvenzioni.

Virtual Water. Per fare 1Kg di cereali c'è bisogno di 1000L di acqua per fare 1Kg di carne ne servono 13000L. Una mucca deve mangiare 13 Kg di cereali per produrre 1Kg di carne. Siccome è problematico portare 1000L di acqua per produrre 1kg di cerali dove l'acqua non c'è, portiamo allora 1kg di cerali. Funziona solo che [in questo modo] rendiamo ancora una volta dipendenti questi paesi alle nostre produzioni, ai nostri modelli. E allora esportiamo gli OGM senza sicurezza alimentare.

Noi abbiamo discusso di sovranità alimentare perché quella è l'energia rinnovabile in agricoltura: produzione di tipo familiare - che non è dipendente dalle alte energie ed altamente idrovora -. Bush subito dopo la guerra in Iraq ha detto: "tu Europa stai affamando l’Africa perché impedisci a noi di esportare alimenti OGM". Perché [è quello] lì l'argomento di discussione: [sono] 300 i milioni di $ che gli Usa rischiano di esportazioni di prodotti alimentari se la filiera alimentare che l'Europa [vuole attuare] venisse attuata. Questo discorso sull'agricoltura è importante, stiamoci attenti e diamo sostegno alle ONG [che se ne occupano]. Noi siamo attenti ai servizi dell'acqua. Il governo italiano a Cancun sarà il primo della classe perché ha varato una finanziaria 2003 in cui per legge tutti i consorzi per l'acqua si trasformano entro il 30/06 scorso in società per azioni ed entro 2aa metteranno sul mercato almeno il 40% delle azioni - almeno - se ne mettono di più avranno dei premi. Adesso con legge delega, quella sull'ambiente se ne occuperanno 24 saggi (ingegneri e tecnici!?).

 

Edgard Serrano

A livello internazionale siamo arrivati ad un punto veramente critico, ma, essendoci dentro, non riusciamo a capire la portata di che cosa sta succedendo. Sarà necessaria una maggiore distanza temporale per capirlo.

Questo processo che chiamiamo globalizzazione, sta comportando uno stravolgimento non solo della società e delle istituzioni ma anche del modo in cui ci rapportiamo con gli altri esseri umani e il rapporto con la natura. [Dobbiamo] cominciare a pensare in modo diverso il rapporto con gli esseri umani, con la natura, con l'ambiente, con l'acqua, con le risorse. Però questo processo globalizzante essendo essenzialmente di matrice economico finanziaria, sta creando grossi problemi, al punto da mettere in crisi le grandi istituzioni sovranazionali. E' inutile che noi p.e. pensiamo all’ONU come all'organismo che teoricamente dovrebbe regolare i rapporti fra gli stati [ed evitare i conflitti regionali] e dovrebbe regolare i potenziali conflitti che avvengono fra gli stati. Invece, vediamo che l’ONU non ha nessuna capacità di intervenire, nessuna capacità di mediare e risolvere. Già il fatto stesso che è un organismo nato 55 anni fa per impedire conflitti fra stati, non riesca e addirittura assista in modo impotente al proliferare dei conflitti nel mondo la dice lunga sulla sua validità come istituzione. Oggi assistiamo ad un grande disordine mondiale. Il disordine si osserva anche nella grande frammentarietà geografica degli stati con secessioni, localismi ecc. anzi sono processi che si stanno accentuando. 1. Ciascuna popolazione e gruppo etnico cerca di costruire piccole patrie. 2° la crisi dell'istituzione stato in quanto istituzione politica.

Non ci sono oggi possibilità da parte degli stati di gestire il territorio politicamente appartenente, perché si è creato un situazione abbastanza particolare, Dal momento che il controllo del processo globalizzatore ce l'ha la finanza, il mercato e chiaro che gli stati nazionali non hanno nessuna capacità di governare questi grandi flussi di capitali che si muovono da uno stato all'altro mettendo in crisi i sistemi complessi. La conseguenza immediata di questo fenomeno è la crisi dell'istituzione democratica, o meglio, la forma di governare la politica del territorio. Le democrazie, anche le più avanzate , le cosiddette democrazie mature - che abbiamo noi qui in Europa, sono malate di rappresentatività e - come dire - di riconoscimento da parte della popolazione. Pensate la contraddizione: un modello politico come la democrazia che in qualche deve governare i rapporti interni di un territorio particolare, non può governare p.e. il grande flusso di capitali che si muove da uno stato all'altro del territorio. E' una contraddizione unica fra internazionalizzazione del capitale e della finanza cioè la globalizzazione di queste grandi forze e il carattere nazionale e domestico del sistema politico. Questo si vede molto più fortemente nei paesi del sud del mondo, dove abbiamo democrazie deboli, fragili e nessuna capacità di incidenza su queste grandi forze di capitale che entrano nelle borse nazionali, distruggono le economie interne fuggono in meno di un secondo e lasciano le conseguenze [...] . Però gli effetti della globalizzazione, oggi non hanno a che fare solo con macro istituzioni o con sistemi politici ma anche e soprattutto con le persone concrete in carne ed ossa. P.e. assistiamo proprio a causa di questa mattonizzazione del mondo, come forma culturale di condurre ad una omogeneizzazione dei gusti e dei comportamenti, assistiamo anche ad una forte crisi di identità anche e soprattutto personale. Stanno accadendo fenomeni psichici, psicologici al livello delle persone per cui veramente oggi uno dei grandi temi di quella globalizzazione è il tema dell'etica non solo collettiva ma anche soggettiva.

Crisi delle istituzioni. Oggi abbiamo a che fare con la crisi di una delle istituzioni che in qualche modo garantiva tranquillità psicologica alle persone: il lavoro. Il lavoro oggi per questo processo di globalizzazione e per il trasferimento di capitali da un posto all'altro, è sempre più un lavoro precario e precarizzante. Questo sul piano psicologico comporta maggiore incertezza, insicurezza, disagio per le persone, quindi più consumo di tranquillanti, di medicinali, perché poi i soggetti vivono in modo privato questa questione, la vivono come una cosa personale e non si rendono conto che è l'effetto di un processo in cui siamo veramente immersi oggi. Ecco perché prima dicevo che c'è bisogno di un maggior lasso di tempo per capire il processo. La precarizzazione del lavoro è anche un fattore che entra direttamente in questo grande processo, cui stanno assistendo tutte le democrazie occidentali, che è lo smantellamento del sistema delle tutele cioè del welfare. I grandi traduttori delle idee della globalizzazione, che a questo punto dovrebbe chiamarsi globalitarismo, perché è un'ideologia, dicono che il welfare concepito così come lo è stato finora è un intralcio alla libera circolazione dei capitali, alla libera iniziativa, per cui va modificato questo paternalismo o come direbbe qualcuno, questo parassitismo dei cittadini nei confronti dello stato.

Come vedete ci sono una serie di conseguenze a cascata di questo processo che necessita di strumenti, di via libera per espandersi nel pianeta. Per quanto riguarda i rapporti Nord-Sud, non è automatico pensare che la globalizzazione stia creando un divario sempre maggiore fra Nord e Sud, un divario che implica naturalmente aumento della povertà. La questione, piuttosto, noi la vediamo a mo’ di arcipelago - voglio dire - ci sono individui, soggetti globalizzati anche nel sud del mondo: è la cosiddetta élite economica potente; addirittura abbiamo nel sud del mondo dei ricchi molto più ricchi di quelli che abbiamo noi qui in occidente. Voglio dire aumenta la povertà nel mondo, che poi è una povertà strutturale e non congiunturale, perché non c'è punto di ritorno, diventerà sempre più critica la situazione. [..]. Anzi ci sono nuove povertà che emergono nel Nord del mondo

 

[ndr. A causa di un problema tecnico la registrazione s è interrotta.
    ES ha parlato poi dei migranti e del fallimento delle politiche della cooperazione. Infatti, da una ricerca svolta presso l’università di Padova da ES, risulta che sono proprio gli appartenenti alle classi medie dei paesi in via di sviluppo - coloro che hanno acquisito un moderato reddito e non i poverissimi – che, allo scopo di dare un futuro ai propri figli - non possibile nei paesi di provenienza - decidono di abbandonare tutto e di impegnare le poche ricchezze che hanno per tentare la fortuna nei ricchi paesi del Nord del mondo.]

 

ID 166, ut 1, pubblicato il 02/09/2003