L'emergenza democratica è cominciata

Giulietto Chiesa

Non c'è tempo da perdere. Ormai soltanto un cecità completa può impedire di
vedere che la democrazia italiana (e quella dell'intero Occidente) è
sottoposta a minacce sempre più gravi. Per spingere Al Gore a dire che
l'attuale Amministrazione americana sta distruggendo duecento anni di
democrazia americana, o per indurre il finanziere Gorge Soros a stanziare
un milione di dollari per combattere George Bush, individuato come un
tremendo nemico della civilizzazione occidentale, qualcosa di grave deve
star accadendo. E noi , nel nostro piccolo angolo di provincia dell'Impero,
stiamo assistendo ad un assalto - senza precedenti nei sessant'anni che ci
separano dalla nascita dell'Italia repubblicana - contro gl'istituti
democratici, la divisione dei poteri, le fondamenta dello stato di diritto,
la libertà e il pluralismo dell'informazione e della comunicazione.

E' di quest'ultima che ora è indispensabile parlare, poiché con ogni
evidenza il controllo mass-mediatico è divenuto ormai l'arma attraverso cui
procede impetuosamente e su larga scala l'offensiva reazionaria delle
destre. Se i morti di Nassiriya sono stati usati come arma contro
l'opinione pubblica che si era pronunciata per mesi contro la guerra, è
essenzialmente perché la gran parte dei media ha sfruttato politicamente,
ideologicamente l'onda emotiva, canalizzandola in direzione diametralmente
opposta alla comprensione della realtà. L'analogia inesistente - subito
messa in circolo - con l'11 settembre di New York, è servita come
catalizzatore per innescare la reazione delle centinaia di commentatori,
analisti, untori, nani e ballerine ,per non parlare dei politici di destra
e "riformisti" (chè, chiamare questi ultimi "di sinistra" è ormai solo
fonte di equivoco): all'unisono impegnati a raccogliere tutto ciò che sta
accadendo in Irak sotto l'etichetta di "terrorismo islamico", di
"fondamentalismo islamico assassino", di "regia di Osama bin Laden". Di
nuovo ha funzionato il trucco della "spiegazione più evidente", quella che
si afferma da sola, che cioè si può formulare in un minuto. Proprio come
quella che ci fu proposta per l'11 settembre. Tutte le altre spiegazioni
richiedono tempo, molte righe di giornale, molti minuti di televisione,
qualche dispiegamento di cellule cerebrali. Troppo.

Per cui sono naturalmente queste che vengono elimitate per prime, nascoste,
scacciate. E, subito dopo essere state irrise, senza mai essere confutate,
ecco sbucare l'accusa canagliesca: "se non sei per la spiegazione semplice,
allora sei complice di Saddam, lo vuoi vincente, sei un alleato del
terrorismo, sei un terrorista". Scrive Scalfari su Repubblica (16 novembre)
che "si è aperta la porta dell'inferno". E ha ragione, in questo. Il ballo
di San Vito della democrazia liberale è già cominciato. E l'opinione
pubblica democratica non ha strumenti (quelli che ha sono di alcuni ordini
di grandezza inferiori a quelli dell'avversario) per difendersi. .Ancora
pochi mesi fa in Italia il movimento contro la guerra americana in Irak era
imponente. Era tanto evidentemente maggioritario che nemmeno i
professionisti dei sondaggi governativi osarono contrastare quella
constatazione. Il contingente italiano fu mandato laggiù, a morire, sotto
etichette ambigue, o false, "in missione di pace", utilizzando la bugia di
una guerra che era stata proclamata vinta e terminata. Lo stesso giochetto
canagliesco che aveva funzionato così bene (anche sul versante dei
"riformisti") al "termine" della guerra afgana. Molti avevano capito, ed
esecrato.

Eppure la tragedia di Nassiriya ha permesso alle canaglie che hanno portato
quei giovani a morire, agli zeloti che avevano inneggiato alla guerra, di
rovesciare i torti e le responsabilità e di presentarsi come i difensori
dell'onore patrio, della difesa contro il terrorismo, della solidarietà con
gli Stati Uniti, e così via con la sequela di menzogne che ormai
punteggiano la nostra vita e che ci assediano minuto dopo minuto. Se in
pochi giorni, poche ore, il rapporto di forze tra il popolo pacifista e il
popolo manipolato si è andato parificando attorno al 50% - come tutti i
sondaggi hanno indicato - la spiegazione è evidente. "Loro" hanno saputo
sfruttare l'ondata. Hanno saputo perché potevano farlo. "Noi",
semplicemente , non potevamo farlo.perché eravamo e siamo disarmati. E c'è
un'altra constatazione da fare. La potenza emotiva, opportunamente
incanalata, ha potuto smantellare in molti convinzioni ancora non
rinsaldate. Il movimento contro la guerra è grande, ma ancora fluido,
embrionale. Manca di una leadership, di una guida forte, capace di
trascinarlo, galvanizzarlo, unificarlo. Che oscilli sotto l'urto di forze
organizzate e mediaticamente soverchianti è del tutto logico. Che abbia
resistito, rimanendo maggioritario seppure di poco, è segno di un enorme
forza. Ma non sufficiente per reggere. In ogni caso è essenziale sapere
dove ci troviamo, cosa è possibile fare e cosa è irrealistico attendersi. E
bisogna prepararsi ai prossimi appuntamenti, che saranno durissimi.

Tante volte ho sentito obiezioni, alla "guerra infinita", di questo tenore:
troppo pessimismo, sopravvalutazione della forza imperiale degli Stati
Uniti, sottovalutazione della forza dei popoli, dei movimenti di
contestazione alla globalizzazione dei ricchi. Lo scenario che abbiamo di
fronte è invece esattamente quello di una guerra che si dilata a dismisura,
di un terrore che si estende, che dilaga, che si avvicina ai nostri
confini, alle nostre case. E non basta fermarsi alla constatazione -
logica, razionale - che ciò conferma le nostre previsioni, che la guerra
contro stati non avrebbe risolto nulla e, anzi, avrebbe aggravato la
situazione in tutte le direzioni. Il fatto è che la guerra si estende e si
trasforma: da guerra classica in un misto di guerra, guerriglia, terrorismo
diffuso, coinvolgendo sempre di più le popolazioni civili, gl'innocenti
vicini e lontani dai fronti che è ormai impossibile discernere.

Il dato sempre più visibile è che questa guerra inedita che si dilata, sta
modificando ormi il tessuto democratico e civile delle società che la
conducono. E' una guerra trasformatrice, che intacca i capisaldi che fecero
orgoglioso l'Occidente. Ci fa peggiori, ci spoglia dei nostri diritti. La
perderemo comunque. E, quanto alle chances di vittoria dell'Impero, è vero
che esse rimangono scarse, ma non ha nessuna importanza che siano tali. Il
dato che sta emergendo, lancinante, terribile, è che questo Impero può
anche essere incapace di vincere, ma è sufficientemente forte da trascinare
tutti noi nel baratro che sta scavando. Noi sappiamo già che l'Irak (e il
mondo intero) non possono essere soggiogati dalla lotta contro il
terrorismo condotta con guerre contro stati poveri. Semplicemente perché in
Irak è in corso una guerra di guerriglia contro le truppe di occupazione
(in cui confluiscono anche componenti terroristiche) e nel mondo
l'opposizione all'Impero cresce e si organizza (e non è solo rappresentata
dal terrorismo islamico fondamentalista, che ne è anzi parte ridotta e
secondaria).

Ciò significa che i morti in Irak cresceranno nei prossimi mesi; che la
"vittoria" americana è in grave pericolo; che l'esito più probabile è un
ritiro inglorioso degli occupanti (cosa che costringerà i finti patrioti di
oggi a trovare spiegazioni migliori per i prossimi morti italiani). Ma la
fuga di Bush, che si annuncia al di là dei proclami tracotanti, non può
tranquillizzarci. Il disastro compiuto è immane. Ne seguirà una
destabilizzazione ulteriore di tutta l'area, altri focolai, altre montagne
di cadaveri. Le minacce per la pace si moltiplicheranno e si dilateranno
ben oltre i confini iracheni, che stanno diventando inesorabilmente sempre
più precari. E, con il crescere della paura, s'affaccerà come naturale
l'erosione delle nostre libertà, della nostra democrazia. Ecco perché il
momento è grave anche se , per avventura, l'Impero fosse sconfitto. I suoi
vassalli hanno imparato la lezione e stanno approfittando dei varchi che si
trovano di fronte per muovere all'offensiva. In queste condizioni
mediatiche pensare a consultazioni elettorali "normali", "legittime", è
cosa senza senso.

E bisognerà spiegare agli ottimisti inguaribili che, prima di contare i
giorni che ci separano dall'uscita dal potere di queste destre "che non
fanno prigionieri" bisognerà chiedere loro se sono disposte ad andarsene
pacificamente in caso di sconfitta.

Tutto ci dice che non sarà così.

 

ID 188, ut 1, pubblicato il 24/11/2003