Vince il popolo della pace

Cronaca di una giornata straordinaria. Che non dimenticheremo.

Da dove cominciare? Forse dalla signora Mary Hoffmann, cittadina di New York, di professione insegnante, che, poco dopo le undici, se ne è andata da sola davanti al Quirinale ed ha esibito il seguente cartello: Bush dishonors us all, Bush disonora tutti noi. O forse da quell'avvocato dei Parioli che ha estratto una grande bandiera della pace - e perfino il quartiere storicamente meno progressista di Roma si è improvvisamente colorato dei colori dell'arcobaleno. Ma forse l'inizio vero è quell'atto di alto senso civico del leader dei disobbedienti romani che, nel mezzo di un corteo mattutino che passava per San Lorenzo, ha scortato l'automobile di una signora che stava per partorire. C'era molta tenerezza, in quel gesto di Nunzio D'Erme, in quelle due dimensioni così apparentemente lontane, come la voglia di cambiare il mondo e la nascita di un bambino, che di colpo s'incontravano e si mischiavano. Da lì, si capiva, in fondo, che questa sarebbe stata una giornata davvero stra-ordinaria, capace di sconfiggere la paura, l'ansia, le preoccupazioni - di isolare avvoltoi e sciacalli, come mai era accaduto prima. Ce lo ricorderemo a lungo, questo 4 giugno, in cui il «popolo della pace» - un popolo giovane e giovanissimo - è riuscito ad essere protagonista, maturo ed autogovernato. E' stato un 4 giugno di conflitto maturo, di forza pacifica, di nonviolenza di massa: mr. Bush ha avuto l'accoglienza che si meritava. Chi ha sperato fino all'ultimo nelle provocazioni, nell'«incidente», chi ha provato a speculare sulle "pagliuzze" delle manifestazioni, è servito. Chi si è squagliato, chi non ha creduto nel movimento e nelle sue ragioni, ha perso un'occasione preziosa per crescere.

Le due città
Certo, all'inizio della giornata, Roma - quasi tutta la città a ridosso del centro storico - offriva uno spettacolo allucinante. Un deserto. Una sorta di sciopero di massa non dichiarato. Strade e piazze con pochissime automobili, come capita solo a Ferragosto. Piazza Venezia con una dozzina, o poco più, di turisti che ciondolavano, anche loro, con un evidente senso di smarrimento. In compenso, incontravi dovunque nugoli di carabinieri e poliziotti - non avevano, nient'affatto, un'aria bellicosa, ma presidiavano tutto, proprio tutto. Ce n'erano decine, per dire, addosso al Teatro dell'Opera e centinaia davanti all'ambasciata d'Inghilterra. Era questo spettacolo inconsueto che, un po', stringeva lo stomaco e deprimeva l'immaginazione: davvero tutti si sono rintanati in casa, o se ne sono andati fuori, alla ricerca di una città "normale"? E poi i varchi delle strade carichi di transenne, le colonne di macchine blindate, i quartieri interdetti al passaggio umano, come intorno a villa Taverna, le radio libere improvvisamente zittite, i cellulari che perdevano di botto il "campo" e non funzionavano più. E quel rumore assordante e senza tregua degli elicotteri che ti volavano sopra la testa e ti ronzavano alle orecchie, come alla vigilia di qualcosa di tremendo.

Eppure questa Roma spettrale, impaurita, «blindata», come avevano annunciato da giorni tutti i Tg, man mano si popolava, qua e là, di azioni disobbedienti. Dall'Ostiense all'Università, da Porta Maggiore alla Cristoforo Colombo, dalla Tangenziale a piazza Vittorio, prendevano vita decine di eventi - cortei, happenings, improvvisi blocchi del traffico, azioni teatrali, arrampicate sui pali per mettere una bandiera. Si svegliava l'altra città, quella che non aveva paura, quella che aveva voglia di farsi sentire. E lo faceva con fantasia, senza inutili violenze, senza ridondanze. Roma - anche questo lo si è capito fin dalla mattinata - stava dalla parte dei pacifisti e della pace. Roma aveva voglia di vivere, a modo suo, un'altra giornata particolare - e il nostro grande Citto Maselli, insieme a tanti registi, ce l'ha fatta, ancora una volta, a filmarla come si deve.


Il corteo
Il grande corteo pacifista esplode fin dal primo pomeriggio - tranquillo, allegro, colorato, autocentrato. Erano migliaia e migliaia di giovani "normali", di cittadini "normali", di pacifisti "normali". Radicali e pacifici. Alternativi e nonviolenti. Disobbedienti e tenerissimi. Bastava guardare le facce, per sentirsi sicuri e soprattutto orgogliosi. E bastava sentire quelli della destra - le loro esternazioni pomeridiane - che si attaccavano ai più piccoli pretesti, ai microincidenti, a uno slogan infelice, o una bandiera male ornata, per seminare tensione e insultare il corteo: non funzionava. Non ce la facevano. Il corteo, questa volta, era deciso ad esser-ci, fino in fondo: se ne sbatteva degli insulti e di tutti i maldestri tentativi di strumentalizzazioni e, soprattutto, sconfiggeva da solo - sulla base della sua forza e maturità - tutte le provocazioni. Ecco il fatto straordinario, il salto di qualità che la marea pacifista è riuscita a fare. A piazza Venezia, e poi al Circo Massimo, ci son stati minuti brutti, amplificati a dismisura dalle Tv: subito circoscritti, però, dall'energica volontà dei manifestanti, così come dalla responsabilità delle forze dell'ordine. E' ricomparso un pugno di black bloc, che è stato debitamente cacciato via, espulso al grido di Via i cappucci! Con un finale davvero inedito: un gruppo di disobbedienti che "protegge" le forze dell'ordine dall'assalto degli agenti provocatori. Sembra un paradosso, ma non lo è, nient'affatto. Il popolo della pace è ormai un soggetto - e una soggettività - in cammino. Ha ambizioni grandi e grandi traguardi: cambiare l'ordine bellico dell'esistente. Non può che crescere. Intanto, alla fine del lungo 4 giugno, dobbiamo dirgli grazie. Per questa città di nuovo e davvero liberata.

da Liberazione

 

ID 216, ut 1, pubblicato il 05/06/2004