DEGRADO

a cura di Filippo Zaccaria

Termini come: sviluppo, progresso, espansione, erano sinonimi di ricchezza diffusa, successo economico e politico, erano usati per ogni occasione, anche a sproposito, perché erano un evidente segnale d’ottimismo. Ora, e sempre più in futuro, bisogna usarli con molta attenzione e prudenza, perché sono diventati sinonimi di distruzione, regresso, contrazione, povertà.
L’aver posto come unica e indiscutibile realtà il benessere materiale e lo strumento per raggiungerlo il denaro, piegando ogni scienza, legge e religione a tale scopo, ha portato l’uomo a credere in un’unica dimensione. Il liberismo economico ha fatto credere che le leggi dell’economia potevano essere modificate con qualche giochino di “borsa”. Il consumismo ha fatto credere di poter ottenere, senza fine, in pace uno stato di guerra nella produzione industriale e che la felicità fosse il possedere l’oggetto del desiderio.
E’ pur vero che molti nostri concittadini vivono ancora, come drogati, in uno stato di sonnambulismo: guardano il mondo e non lo vedono, ascoltano ciò che è detto ma non sentono. L’evidente raggiunto limite della Terra (per molti di noi può significare la fine del mondo), non sembra sia entrata ancora nella coscienza degli uomini. Il gran parlare che facciamo di globalizzazione non è altro che un eufemismo per non affermare che abbiamo percorso la terra in lungo e in largo, in tutte le direzioni e alla fine torniamo al punto di partenza. Come dire, da noi stessi non possiamo fuggire, non esiste un luogo mitico oltre il confine, non esiste un punto materiale, “barbaro”, da contrapporre al luogo della civiltà. Non potendo più scaricare le nostre paure o aggressività, le nostre crudeltà, delitti e rapine oltre il limite topologico del nostro “essere del luogo” ci costringe ad osservare il degrado che è in noi e attorno a noi.
Ogni progresso, che non sia dello spirito, è degrado mortifero, un tentativo più o meno riuscito d’ingannare, sottomettere o eliminare, dall’unica tavola del banchetto, qualche nostro simile.
Quando comprenderemo che l’economia con le sue leggi così naturali, ma ferree ci pone in una condizione di fratelli di un’unica famiglia?
Quando svilupperemo realmente la nostra umanità, al punto di realizzare ciò che la rivoluzione francese aveva indicato con la sua “fraternitè” e che anche il nostro inno nazionale imita con “fratelli d’Italia”?
Se l’ottimismo è fuori luogo, non tutte le speranze sono perdute. Se la lettura della realtà che facciamo è giusta, quello che l’umanità non ha saputo fare di sua iniziativa, sarà costretta a farlo per i raggiunti limiti della Terra, anche per vagare nello spazio cosmico è necessario apprendere la fraternità.

da Biolcalenda 07-08/04 www.labiolca.it/

 

ID 222, ut 1, pubblicato il 08/07/2004