Legge Bossi-Fini: mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno soprattutto di essere cristiano.

Alex Zanotelli

Non mi sarei mai aspettato di ritornare in Italia dopo 12 anni spesi nei sotterranei della vita e della storia, nella baraccopoli di Korogocho nella periferia di Nairobi (Kenya), ed essere accolto con una legge come la Bossi-Fini. Ma cos'è successo? Ho chiesto a eminenti studiosi in pubblici dibattiti in Puglia (quali Antonio Brusa o Franco Cassano). Balbettavano, balbettiamo tutti. Una cosa è certa: in un ventennio il popolo italiano ha fatto una virata antropologica incredibile (una volta mandavamo schiere di antropologi a studiare le "tribù" africane, forse è giunta l'ora che gli antropologi africani vengano a studiare la "tribù" italiana e a spiegarci cosa stia avvenendo proprio in un paese di migranti come l'Italia).

Noi italiani in questi ultimi due secoli siamo stati un popolo di migranti (oltre 60 milioni di italiani vivono oggi all'estero!)In barba a tutta una storia di migrazioni, in barba a tutte le campagne di difesa dei diritti umani, culturali, religiosi, dei nostri connazionali all'estero, in barba a tutto e tutti.siamo arrivati ora alla Bossi-Fini.

Mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno soprattutto di essere cristiano (se cristiani sono coloro che hanno votato o approvato questa legge!). L'immagine più ripugnante è senza dubbio quella della raccolta di impronte digitali degli immigrati (basterebbe ricordare quello che questo significa nell'immaginario popolare!). Ma quello che preoccupa di più della Bossi-Fini è che mette fra parentesi la persona: quello che interessa è che l'immigrato lavori, non che esista come essere umano con una propria cultura o come cittadino. In questo senso la legge Fini-Bossi avalla una mentalità secondo la quale l'immigrato deve essere una merce da utilizzare. L'immigrato è legalmente riconosciuto fintanto che serve al capitale e poi può essere respinto al mittente. E se l'immigrato non esiste come soggetto di diritti, allora non esisterà neanche il rispetto per la sua cultura, per la sua esperienza religiosa. E se questa è la mentalità che regge questa legislazione, è chiaro che ignorerà anche le cause strutturali che spingono tanta gente a cercare una possibilità di vita qui da noi (gli squilibri internazionali, la geopolitica delle guerre, i sempre più marcati divari tra straricchi e impoveriti).

Non risolveremo mai il problema delle immigrazioni se non risolveremo la profonda sperequazione economico-finanziaria che regge questo mondo dove il 20% si pappa l'83% delle risorse di questo mondo e questo per lo strapotere militare che serve a difendere lo stile di vita di pochi a spese di molti morti di fame. Anche in questo, la legge Bossi-Fini introduce misure di polizia e di ordine pubblico, di sicurezza per incassare facili consensi, agitando lo spauracchio dell'immigrato come delinquente.

È penoso constatare come questa politica si tenga sempre più al largo non solo dai valori cristiani, ma anche da una qualsiasi idea di società accogliente e dialogante. Penso che come credenti e come uomini non ci rimanga che il rifiuto di una tale legislazione. È un insulto sia alla nostra umanità come alla fede cristiana. Per questo spero che al più presto la chiesa ufficiale italiana possa esprimere il proprio rifiuto sdegnato per questo pezzo di legislazione. Ma soprattutto possa far partire un processo educativo di base per le comunità cristiane che le porti a vedere nell'altro, nell'immigrato, nel diverso, una ricchezza e non un problema. Solo un prolungato impegno educativo alla base che rimetta in discussione l'ideologia della sicurezza, della tolleranza-zero, l'ideologia della nostra superiorità potrà permetterci di sperare che un domani come popolo potremo esprimere qualcosa d'altro della legislazione Bossi-Fini .

Ed infine vorrei chiedere a questa nostra Chiesa italiana il coraggio di far partire un movimento come il sanctuary movement (il movimento per il diritto di asilo). Questa esperienza nasce negli USA negli anni '80 per aiutare gli immigrati provenienti dal Salvador, Guatemala, Nicaragua, che restituiti ai loro governi avrebbero dovuto affrontare o la prigione o la morte. Le comunità ecumeniche di resistenza forti della tradizione biblica del diritto di asilo(santuario) si facevano carico di determinati soggetti a rischio. Se la polizia minacciava di arrestarli, tutta la comunità faceva quadrato attorno ad essi ed iniziava il cammino di difesa in corte. È solo un suggerimento.

Dobbiamo però tutti intraprendere la resistenza dal basso se diciamo di credere, come Tonino Bello, alla "convivialità delle differenze".

 

ID 226, ut 1, pubblicato il 29/08/2004