Elogio di Fahrenheit 9/11

Fahrenheit. Ovvero la tragedia di un uomo ridicolo
di Furio Colombo

Spero che nessuno rida guardando Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, nonostante il susseguirsi di gag, di battute, di trovate apparentemente comiche in questo film che non lascia neppure un fotogramma senza una netta intenzione politica. L’intenzione è una implacabile accusa contro il presidente americano George Bush, una arringa senza pause e senza tregua. Ma né la frequente scossa di comicità né la forza dell’accusa sono il vero filo conduttore del film. Contro le apparenze, contro le involontarie risate che farete guardandolo, Fahrenheit è un film tragico, percorso da una profonda tristezza e da un filo, appena un filo di speranza.

Quello che vedete vi sembrerà una presa in giro di George Bush, un uomo disorientato e incapace - ma sostenuto da amici potenti - che vince le elezioni col trucco e dichiara con l’inganno una guerra pericolosa, dall’esito paurosamente incerto («10 anni per uscirne», ha annunciato nei giorni scorsi il quotidiano americano «Usa Today»). L’uomo che vedete, vero protagonista del film, vi apparirà qualcuno che non è intelligente, non è spiritoso, non ha alcun carisma, non è in grado di richiamare attenzione, raramente completa (se non legge) una frase, raramente pronuncia giusto un nome o una parola che non gli siano consueti, e spesso appare incerto in attesa di un copione.

D’accordo, con i montaggi si fanno miracoli e questo film di Michael Moore è un capolavoro di montaggio. Ma non c’è montaggio in un punto chiave della storia. Il giorno è l’11 settembre, il luogo è una scuola elementare della Florida, l’ora, sovraimpressa alla scena fin dal momento in cui quella sequenza è stata ripresa, indica che sono le 9 del mattino. Attenzione, le 9 del mattino dell’11 settembre. Sono passati 15 minuti dal momento in cui il primo aereo dirottato è andato a esplodere contro la prima delle due torri gemelle, quella più a nord-est. Nell’inquadratura si vede che qualcuno comunica qualcosa al presidente, che guarda nel vuoto e poi comincia a leggere per i bambini da un libro di fiabe. Sono passati 11 minuti dall’impatto mortale di un altro aereo dirottato contro la seconda torre, quella di sud-ovest. Infatti vediamo che il presidente degli Stati Uniti viene avvertito con la frase «signor presidente, il Paese è sotto attacco». Sono le 9,06, le 9,07, le 9,10 (leggiamo lo scandire dei minuti in basso a sinistra) e Bush - che ha smesso di leggere la fiaba - non si muove e guarda in modo interrogativo verso la camera. Quel viaggio per visitare bambini e scuole in uno Stato governato dal fratello Jeb evidentemente non prevedeva la presenza di un consigliere capace di intervenire e decidere. C’è scritto 9,15 sullo schermo, quando si vede qualcuno che viene a prendere Bush. «Non mi convince, nessuno è così stupido», ha detto Norman Mailer, lo scrittore americano, intervistato dal figlio sul «New York Magazine» del 9 agosto.

Nessuno ha smentito Moore
Ma il film di Michael Moore non è stato investito o fermato in alcuna smentita. Non nella parte iniziale, in cui si racconta (e si vedono alcune scene esemplari) che il neo eletto George Bush ha speso il 42% del suo primo anno di presidenza in vacanze nel suo ranch. Non nei giorni che precedono l’eccidio di Manhattan, in cui sia Bush che Rumsfeld che Colin Powell che Condoleeza Rice negano recisamente che Saddam Hussein sia un pericolo. Non nella evidenza visiva dei riguardi usati verso la potente famiglia saudita Bin Laden (la famiglia a cui appartiene il terrorista Osama) a cui viene messo a disposizione l’unico aereo che decolla dagli Stati Uniti due giorni dopo l’attacco alle torri. Anche il montaggio della fase in cui scatta la decisione di fare di Saddam Hussein il nemico è esemplare: una frase dopo l’altra, tutte filmate, tutte in sequenza, tutte non smentibili, mostrano come si fa a far salire la febbre, a costruire, colpo su colpo, l’immagine del nemico, spingendo sempre più gente a credere nelle armi di distruzione di massa, nelle armi chimiche, nervine, infettive, atomiche. Mostrano una immensa e riuscita mobilitazione dei media, che stanno al gioco in perfetta sintonia. È il gioco sanguinoso del patriottismo cieco, uno slancio di fede che esime dal discutere e chiede di ubbidire.
Questa è la prima parte, logica e lucida, di un appassionato argomento di opposizione tanto più efficace quanto più implacabilmente provato. Ma qualcosa di cupo e di tragico avvolge all’improvviso gli spettatori nelle sequenze di guerra. Una ragione è che di questa guerra non si è visto quasi niente, quasi solo militari che si spostano ed esplosioni da lontano, e questa sorta di embargo ha funzionato sia per l’Europa che per l’America.
Ma l’altra ragione è che lo spettatore del film di Michael Moore è in grado di rendersi conto, mentre vede i corpi straziati, mentre la camera entra e sosta in retrovie colme di sangue, di donne e bambini che nessuno aveva mai mostrato prima, che il sangue vero è il frutto di una enorme messa in scena, di una folle rappresentazione artificiale e finta, per combattere niente, per infliggere colpi immensamente potenti nel vuoto. Abbiamo assistito a una vasta operazione pubblicitaria che ha piegato evidenza, consapevolezza, conoscenza, esperienza, buon senso. E dove di vero, spaventosamente vero, ci sono solo i cadaveri. Qui il montaggio è cambiato, è lento, con lunghe sequenze che non risparmiano nulla. Qui la voce si fa più rada e benché il commento (la voce di Michael Moore) continui a essere fattuale (luoghi, dati, cifre) nella tradizione americana, la voce ti guida dove l’opinione pubblica d’Europa e d’America non erano finora arrivate. Il punto in cui la falsa propaganda diventa morte.

Rock nei carri armati
Il disagio che provi è nella disturbante somiglianza di questo film-verità con la pura invenzione cinematografica. E, anzi, con richiami fortissimi a celebri denunce (fotografie, disegni, tavole illustrate, tremende caricature) della prima guerra mondiale. Il disagio che provi è nel sapere che è tutto vero, ai nostri giorni, in piena epoca di presunto progresso e civiltà. Ma il viaggio di Michael Moore continua con la sua desolata esplorazione nel territorio delle vittime e dei soldati, ovvero sul versante del terribile prezzo americano.
Siamo sui carri armati in cui i soldati si chiudono prima di correre lungo strade devastate e ostili riempiendosi le orecchie di musica rock che ricevono in cuffia, sotto l’elmetto, invece di ordini. Siamo nei quartieri desolati d’America, dove i marines vanno in cerca di reclute stanate dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla noia, dal vuoto.
Siamo nei cimiteri americani dove arrivano i corpi dei soldati uccisi ogni giorno, con l’ordine che nessuno deve saperlo, nessuno deve filmarli. Dei morti in guerra non si deve parlare. E la camera di Moore può solo fermarsi sulla solitudine immensa di padri e di madri per la morte dei figli di cui nessuno deve sapere, in un isolamento da fantascienza in cui ogni morte è una sola morte, legata a nulla, seguita da nulla, dolore e silenzio. Siamo in un Paese che Bush ha isolato dal mondo, che porta il peso sanguinoso di una guerra che non finisce, un Paese che venera la verità ed è spinto a combattere da una catena di bugie, che ama se stesso e vede la sua immagine deformata dal mare di ostilità che lo circonda, che è orgoglioso della sua libertà e si trova di fronte l’incubo di Abu Grahib e di Guantanamo.
È l’America di Bush, che questo film racconta in un intervallo di profonda tristezza e di stordimento, come i soldati che corrono fra le strade distrutte da Kirkuk e Najaf con la musica rock che martella dentro il casco, e il rischio continuo dell’autobomba.
Il filo di speranza è che questo film sia stato fatto, che abbia riempito le sale di tutta l’America, che sia stato visto da milioni di persone nell’anno delle elezioni presidenziali.

 

ID 229, ut 1, pubblicato il 09/09/2004