DOPO BESLAN. Il «realismo» che porta all'Apocalisse.

Questo articolo prende spunto dal dramma osseto che ha scosso l'opinione pubblica mondiale
Il primo settembre un gruppo di terroristi ceceni assalta una scuola di Beslan, in Ossezia, prendendo in ostaggio circa un migliaio persone, in prevalenza bambini
Il 3 settembre scatta il blitz delle forze speciali russe. I ceceni fanno fuoco sugli ostaggi in fuga. Crolla il tetto della palestra dove erano asserragliati. Alla fine il bilancio è di 394 morti. All'appello, però, mancano 191 persone; e secondo fonti non ufficiali i dispersi sarebbero 260
I guerriglieri uccisi sono trentadue, tre quelli catturati dalle forze russe

André Glucksmann è nato il 19 giugno 1937 vicino a Parigi
Giornalista e intellettuale francese, appartiene, con Bernard-Henri Lévy, al gruppo dei «nuovi filosofi», che prendono di mira i sistemi totalitari
Rifiuta una filosofia puramente accademica e metodicamente rigorosa. La filosofia deve risolvere i risvolti pratici relativi alle questioni sociali
In Italia ha pubblicato: «L'atto antitotalitario» (Spirali), «Dostoevskij a Manhattan» (Liberal libri), «La terza morte di Dio» (Liberal libri), «Occidente contro Occidente» (Lindau)

André Glucksmann

Alle nostre indignazioni i politici oppongono il realismo: non sarà per Grozny che il mondo smette di girare. Ma dopo Beslan questa non è più politica, è solamente cecità.
Chi vive la fine del mondo non la vede, chi ancora la vede non la vive, ma è condannato a meditare, fosse pure contro se stesso sull'orlo del baratro. Un ragazzino con un berretto eccessivamente grande per lui, la stella gialla sul petto, esce con le mani in alto da un buco nel ghetto di Varsavia; una bambina vietnamita in fiamme fugge il napalm che la circonda; puntini lontani ma fin troppo umani si gettano dalle torri di Manhattan. Oggi, bambini insanguinati e stravolti, in slip, scappano fra due fuochi dalla scuola di Beslan. Son tutti testimoni dell'abisso che mi perseguiteranno fino alla tomba. Sono inconsolabile per i bimbi morti di Beslan; spaventato e disarmato, come tutti, scoprendo negli occhi attoniti di un ostaggio che l'impossibile è possibile. Non bisogna sottrarsi a quelle immagini. Sono profetiche. Il dispositivo apocalittico inserito sotto i nostri occhi il 3 settembre 2004 è messaggero d'avvenire. Un avvenire abominevole. Come un razzo malefico a tre stadi puntato non solo sul Caucaso e la Russia, ma su tutta l'Europa.
1) Beslan è il sequestro più folle della storia. Per il numero delle vittime, ma ancora di più per l'assoluta crudeltà che manifesta. Chi appende le bombe come ghirlande sopra centinaia di bambini, chi li minaccia di morte se piangono, chi li riduce a bere la propria pipì non indietreggia davanti a niente. E soprattutto non davanti all'inferno. Oggi una scuola presa in ostaggio, domani una centrale nucleare sconquassata? Perché no, visto che i terroristi non si preoccupano né della morte degli altri né della loro. Inutile speculare sui loro motivi «celesti» o «terrestri», bisogna giudicarli dalle loro azioni: gli assassini di bambini sono i peggiori, sono nemici dell'umanità, una feccia che assapora la sensazione «vivida e deliziosamente perversa» che dà il sangue versato, dice Varlam Chalamov, che ha fatto venti anni di gulag. Prima illustrazione del caos.
Da chi è composto il commando di assassini? Da «ceceni», comunicano le autorità russe ancor prima d'averne visto uno. Due giorni dopo Serguei Ivanov, ministro della Difesa di Putin, contesta: «Non un solo ceceno nel commando». Poco credibile. «Dieci arabi», «un nero», «un coreano», alcuni «georgiani» «tatari» «kazaki», annunciano diverse autorità, senza maggiori prove. Ruslan Aouchev, ex presidente dell'Inguscezia, cacciato via da Putin, l'unica persona ad avere avuto il coraggio di entrare nella scuola per parlamentare senza mandato con i sequestratori dal volto coperto, scorge un gruppo multietnico, con ingusci, osseti, slavi (russi, ucraini?). Insomma, il commando non è composto specialmente da ceceni, né è rappresentativo dei ceceni. Ed è immediatamente condannato dal presidente Maskhadov, il quale domanda un'inchiesta internazionale. Anche il criminale Basayev, che ha rivendicato altri sequestri di massa, smentisce qualsiasi partecipazione. Putin accusa «il terrorismo internazionale», non pronuncia la parola «Cecenia», reclama una solidarietà mondiale, ma rifiuta l'aiuto di altri Paesi nell'indagine. L'offerta di Interpol è respinta. Sapremo qualcosa un giorno? Putin si offre addirittura il lusso e il cinismo di vantare l'eroismo della Cecenia davanti a una platea di esperti stranieri: «Non esiste una particella della nostra terra che conti tanti eroi».
Parallelamente, il Cremlino, mettendo una taglia sulla testa di Maskhadov, non perde l'occasione di stigmatizzare un intero popolo.
Ed ecco una popolazione, da dieci anni massacrata, trasformata in massacratrice. Che nel commando, fra gli altri, ci siano stati alcuni ceceni, è probabile, ma i ceceni, no!
2) Di fronte a questo commando nichilista, che niente e nessuno potrebbe scusare, giustificare, comprendere e soprattutto non io, c'è l'altra componente del caos, Putin e le sue «forze dell'ordine» che hanno «liberato» una scuola piena zeppa di bambini con fucili mitragliatori e lanciafiamme. Non è necessaria una decisione esplicita per lanciare l'assalto, basta escludere subito qualsiasi tentativo per stancare, dividere, isolare i sequestratori: «Il negoziato è un'ammissione di debolezza», dice Putin. La scintilla sarà dovuta al caso, a una bomba che si sgancia? A genitori disperati che vanno a riprendersi i loro ragazzi con le armi in pugno? Gli «spetnaz» armati fino ai denti si precipitano nella breccia sparando nel mucchio. Un simile disprezzo per la «materia umana» - oggi i bambini, ieri gli spettatori gasati del teatro Dubrovka - è una costante brutale ereditata dagli zar e da Stalin. La Forza deve restare al Potere.
Quando nel 1999 invade la Cecenia, Putin ha la pretesa di affrontare duemila terroristi. Lancia cacciabombardieri, carri armati e centomila soldati all'assalto di un Paese grande come una regione italiana, popolato da un milione di persone appena. Rade al suolo Grozny (quattrocentomila abitanti). Se tale carneficina significa «lotta antiterroristica», c'è da chiedersi perché gli inglesi non abbiano raso al suolo Belfast, gli spagnoli Bilbao e i francesi Algeri. La ferocia del Kgb è all'opera a Beslan come in tutta la Cecenia. «Cekista una volta, cekista per sempre» è il credo dell'attuale padrone del Cremlino. La Ceka era la gestapo sovietica, l'antenata del Kgb, padre dell'attuale Fbs.
3) Noi siamo in parte responsabili di questo disastro. Non un governo occidentale ha osato interrogare l'albo d'onore di un pompiere piromane, che in cinque anni di guerra non è riuscito ad «accoppare i terroristi inseguendoli fin nei cessi» incendiando case, città e villaggi, ma riesce a estendere il caos nel Caucaso. Europa e Stati Uniti gli lasciano carta bianca e si contendono la sua amicizia. Spaventosa rinuncia dell'intelligenza.
Ricordiamo che sul problema dell'Iraq si sono affrontate «due visioni del mondo». Parigi e il «campo della pace» affermano che il terrorismo è figlio della guerra, da evitare a ogni costo. Washington e i suoi alleati proclamano che l'oppressione è causa del terrorismo, poiché la libertà è madre della pace: una guerra in suo nome può risultare necessaria. Nessuno ignora che la popolazione cecena ha perso un quarto o un sesto dei suoi cari. La Cecenia subisce la peggiore delle guerre attualmente in corso sul pianeta: quarantamila bambini uccisi, senza immagini, nella notte e nella nebbia. L'arbitrio più cruento governa a porte chiuse quello che la giornalista russa Anna Politkovskaia chiama «un campo di concentramento a cielo aperto», cioè un intero Paese sfruttato sistematicamente, vietato alle telecamere, dove penetrano soltanto pochi reporter coraggiosi.
Una bella occasione per le nostre «due visioni del mondo» per mettersi d'accordo e onorare i principi ai quali fanno appello: il calvario della Cecenia dipende da due criteri. Tre secoli di oppressione hanno creato la ribellione. L'efferatezza dell'ultima guerra favorisce il terrorismo. E' più che urgente trattenere Putin per la manica spiegandogli, da Parigi, che la sua guerra - e da Washington il suo terrore - generano il caos nichilista. Ma no! Sono andati perduti i grandi principi! La politica dello struzzo trionfa: con la testa nella sabbia, i potenti di questo mondo non vedono quel che sta per succedere.
Hanno dimenticato così presto lo scenario afghano? Per dieci anni l'armata russa, allora «rossa», ha esercitato il suo talento distruttivo in Afghanistan: territorio devastato, popolazione decimata, strutture sociali, mentali e morali disgregate; nel caos si installano i più farabutti, i più fanatici ed ecco i talebani, Bin Laden, Manhattan in fiamme. Il cieco Occidente aveva abbandonato il comandante Massud, che si opponeva ai sovietici e poi agli integralisti. Ci si accorse dell'errore troppo tardi. Di lui, una volta morto, si fece un'icona... In Cecenia esiste un capo indipendentista moderato: Aslan Maskhadov ha sempre condannato gli attentati contro i civili. Fin dalle prime ore del sequestro di Beslan ha proclamato il suo orrore per il crimine, ha proposto il suo aiuto, ma le autorità russe hanno preferito l'assalto alla sua mediazione. Come Massud, è un buon stratega, nel 1996 ha vinto il pletorico esercito russo. Come Massud, è un eroe per il suo popolo. Come Massud, non è un santo, una volta ha commesso l'errore di scendere a patti, in nome dell'unità nazionale contro l'occupante, con i suoi estremisti. Ma, come Massud in Afghanistan, è l'unico alleato in Cecenia delle nostre democrazie. E' con lui, che fu eletto presidente con il 67 per cento dei voti sotto il controllo dell'Ocse, che occorre negoziare una pace contro il terrorismo. Da due anni ha proposto un piano: cessazione delle ostilità, disarmo delle milizie indipendentiste, ritiro delle forze armate russe, forza d'osservazione internazionale e abbandono provvisorio della rivendicazione d'indipendenza. Senza il suo aiuto, non c'è via d'uscita. Altrimenti, sul versante russo, la scelta è lo sterminio. E, sul versante ceceno, l'estensione del nichilismo.
Come spiegare l'irresponsabilità dei nostri responsabili? I governi democratici non possono accettare l'idea della «criminalizzazione» razzista di un'intera nazione: tutti i ceceni = assassini di bambini = Bin Laden. Conoscono la dose quotidiana di dolore dei ceceni, di lutti, di torture; l'orrore delle torce umane, dei centri di filtrazione, delle sparizioni, delle cacce all'uomo e del commercio di cadaveri? Sì. Loro sanno. Sono così ingenui da dar credito a Putin e mandar giù il fatto che la pace e la «normalizzazione» regnano nel Caucaso? Ignorano forse che una Cernobyl pianificata non risparmierebbe nessuno? Non posso credere a tanta stupidità nei principi che ci rappresentano. E' giocoforza supporre che hanno affidato la cura della nostra sicurezza all'apprendista stregone del Cremlino. Sperano, senza forse confessarlo a se stessi, che egli sterminerà i ceceni prima che qualche sopravvissuto scenda a patti con il diavolo nichilista? Simile scommessa su una guerra senza fine è di notevole immoralità, ma soprattutto costituisce un'aberrazione politica. Dopo tanti massacri e alla luce nera di Beslan, il bilancio guerriero di Putin parla da sé, è quello di un macellaio caotico, quello di un fabbricante d'apocalisse. E' il momento, visto che Maskhadov è ancora in vita, di richiamare all'ordine Putin, di invitarlo apertamente e pubblicamente a cambiare metodo.
Da dieci anni, i nostri dirigenti disprezzano le indignazioni «morali». Da dieci anni, affermano di fare della «realpolitik»: non sarà per Grozny che il mondo smette di girare, evitiamo di urtare il gigante Russia, lasciamo agli illuminati il loro «ritornello moralistico» d'impotenti. Scusatemi, ma senza principio etico, non c'è politica a lungo termine. Morale e politica non si dissociano come credono i Machiavelli da strapazzo. La «politica» degli Airbus e degli idrocarburi, la «politica» delle riverenze, la «politica» del «me ne infischio altamente che un popolo sia sterminato» portano a Beslan. Questa non è politica, è cecità.
La «belle âme » che loro deridono e che io assumo per aver combattuto, con qualche raro amico, i fascismi nero rosso e verde, per aver sostenuto all'epoca della loro persecuzione Solzenicyn, Sakharov, Havel, Massud, i boatpeople, gli assediati di Dubrovnik e di Sarajevo, gli espulsi del Kossovo, gli sgozzati d'Algeria, tutti quei «senza potere» sui quali i sostenitori della realpolitik non scommettevano un chiodo, la mia anima pietosa vi dice che non si cancella un popolo dalla carta, fosse pure irrisoriamente piccolo a giudizio delle nostre grandi nazioni.
(traduzione di Daniela Maggioni)

da: www.corriere.it/

 

ID 234, ut 1, pubblicato il 21/09/2004