Il cane (idoneo!) nelle Attività, Terapia, Educazione Assistite dall’Animale (AAA/AAT/AAE) (“pet therapy”) I° parte

Lombardia
Spesso sentiamo parlare di programmi assistiti dagli animali, più conosciuti con il termine errato di Pet Therapy, di quanto siano validi e di quanto possano contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone. Ma a volte ci pensiamo anche del benessere dell'animale durante questi programmi? Noi, si. E' nostro lavoro, nostro obbligo!

Debra Buttram

"L'impiego del cane come mezzo terapeutico/assistenziale (AAA/AAT/AAE) è iniziato intorno 1953 circa quando Boris Levinson, un neuropsichiatra infantile americano, scoprì che la partecipazione del suo cane alle sedute con i suoi piccoli pazienti aveva effetti positivi sulla seduta e sulla terapia in generale. Levinson studiò a fondo questo fenomeno, introdusse e documentò il modo in cui l'animale da compagnia poteva favorire e sviluppare il rapporto tra terapista e paziente e come incrementava la motivazione del paziente a curarsi. Da quel momento il mondo scientifico ha approfondito, studiato, ricercato il tema del rapporto uomo/animale (di diverse specie) con fini terapeutici ed assistenziali, nelle più svariate condizioni patologiche dell'uomo. In base alla letteratura esistente, e alla nostra personale esperienza, affermiamo che è possibile usufruire del rapporto uomo/cane per alleviare e migliorare alcuni aspetti della condizione della disabilità, disagio, emarginazione, ecc. ◊ La relazione tra l'uomo e il cane è basata sul legame atavico tra le due specie e coinvolge gli aspetti psicofisici della persona e da molte caratteristiche che possono risultare vantaggiose per il suo benessere . ◊ Il cane non riconosce la disabilità delle persone come un handicap, la presenza di deficit fisici, sensoriali, psichici non implicano comunicazione deficitaria perché il cane è sempre capace di interagire a qualsiasi livello di gravità del soggetto. Il suo comportamento non è influenzato da pregiudizi, giudizi o implicazioni morali che possono invece condizionare negativamente i rapporti tra umani. ◊ Certi aspetti dei soggetti come la saliva, gli odori, gli stridii, stereotipie comportamentali che solitamente generano distanza nel rapporto tra gli uomini sono elementi normali nel mondo comunicativo del cane e non lo allontanano anzi, spesso catalizzano l'attenzione e l'interesse per quella situazione. La presenza di un cane e del suo compagno in un luogo ha spesso delle conseguenze forti sull'ambiente circostante: crea un generale entusiasmo nelle persone presenti che predispone alla curiosità che stimola l'interazione con essi; qualcuno comincia a chiedere il nome del cane, di accarezzarlo, ecc. Svolge quindi una funzione socializzante perché tende ad ampliare e produrre le occasioni di contatto tra sè e gli altri (una prova del desiderio di interagire con il cane è che spesso dispiace se il cane non vuole essere avvicinato, accarezzato o peggio ancora se ci dicono che morde). ◊ A seconda della gravità del soggetto coinvolto in AAA/AAT/AAE è possibile lavorare su aspetti più concreti o più simbolici della relazione. Se abbiamo un soggetto con un grave disordine dello sviluppo, pressoché incapace di muoversi, con gravi problemi sensoriali, l'interazione possibile sarà con alti contenuti concreti: contatto fisico, stimolazione associata dei sensi es. avere il cane addosso ed essere toccati anche da lui. Con soggetti meno gravi e più dotati si può spostare l'interazione su contenuti più astratti es. i bisogni del cane: mangiare ad una certa ora, uscire all'aperto, necessità di essere accudito desiderio di essere coccolato, la conoscenza dei suoi segnali ecc.. Questo attiva aspetti della propria personalità trascurati e tramite i processi proiettivi/introiettivi la persona può fare un passo verso la consapevolezza della loro esistenza e della necessità di esprimerli. ◊ Nei soggetti con difficoltà motorie (che spesso rinforzano i disturbi psichici) è possibile impiegare il cane come una espansione delle proprie possibilità di azione e movimento. Per esempio attraverso il "gioco del riporto" (riprendere un oggetto caduto, riportarlo e lasciarlo nelle mani o sul grembo), il portatore di handicap può vivere esperienze di indipendenza ed autonomia con la leggerezza del gioco. Leggendo questa esperienza dal vertice del potere affermiamo che questo basilare bisogno è collegato direttamente a una maggiore autostima, alla capacità di creare ed autonomizzarsi che è resa possibile grazie a un generoso amico che agisce gratuitamente. Questa è una meta fondamentale nell'affido permanente di un cane a una persona con handicap parzialmente autosufficiente. … segue nella seconda parte dell’articolo

 

ID 285, ut 68, pubblicato il 26/01/2005