Al Montorio c’è da asciugare la cella, è piena di sangue
DIFFICILE DIMENTICARE I TAGLI SUI CORPI DEI COMPAGNI, LA SETE E IL FREDDO COSÌ DURO “CHE TI PRENDE IL CERVELLO”

Verona
Casa circondariale di Verona “Montorio”. Via S. Michele, 15 tel.045 8921066, fax: 045 8920471. Data di costruzione 1980. Data di inaugurazione: 1995. Capienza regolamentare: 450 persone (ma qualcuno dice 250). Capienza effettiva: 751 detenuti. Nata come struttura di massima sicurezza, oggi viene utilizzata per la detenzione comune. Le celle sono tutte uguali, costruite per essere occupate da un solo detenuto. Sono invece occupate da 3 o 4 detenuti. Si ha notizia di materassi buttati a terra. Si segnalano gravi problemi con l’impianto idraulico e con il riscaldamento. I muri sono umidi: quando piove, il carcere è costellato di secchi e vaschette di plastica per l’acqua che cola dai soffitti. Le docce hanno: muri scrostati, odore di muffa e scarichi otturati. Detenuti. Su 751 detenuti 49 sono donne. Il 60% è di nazionalità straniera, il 15 per cento sono tossicodipendenti, 13 sono affetti da Hiv. Si segnala: nel 2004 epidemia di Tubercolosi. Orari: Ora d’aria dalle 9 alle 11 e dalle 13.30 alle 15.00. Staff: 1 direttore, polizia penitenziaria: 300. Direttore area pedagogica: 1, educatori 4. Personale sanitario medici: 1 responsabile sanitario, 1 vice-responsabile.

La cella dove sono stato detenuto nel carcere Montorio di Verona era uguale a tutte le altre. 10 mq più il cesso. Ho vissuto lì dentro per quasi due anni insieme ad altri due detenuti marocchini. Mi ricordo che, quando sono entrato in quella piccola cella, gli altri due mi hanno guardato come dire: “e adesso in tre come faremo a vivere qui dentro?”. Dopo qualche giorno ho capito il senso di quella preoccupazione. Il bagno era piccolissimo, circa un metro quadro. Un piccolo spazietto che però per noi era importante. Era lì infatti che dovevamo fare i bisogni, cucinare e tenerci puliti per il timore di prendere malattie. Il resto della cella, se si considera la presenza dei letti e degli sgabelli, ti lascia solo 5 mq calpestabili. Noi ci spostavamo a turno in quella cella. Se uno doveva andare in bagno un altro doveva sedersi sul letto. Passavamo in questa cella tutto il giorno escluse le due ore d’aria, una al mattino e una al pomeriggio. Ventidue ore al giorno chiusi in cella senza poter fare nulla, prima di entrare in galera non pensavo fosse possibile. L’ozio è la condanna peggiore nel carcere di Verona. L’ozio ti fa sentire che non sei nulla, è come essere condannati alla non esistenza. In quel mondo soltanto andare all’ufficio matricola o al colloquio con l’avvocato era un diversivo, un momento per sentirsi ancora vivi. Bastava vedere in un corridoio il viso di un altro detenuto per capire cosa significasse quel momento vissuto fuori dalla cella. Nel carcere di Verona oltre a questo ci sono altre prigioni nella prigione. Come il caldo d’estate e il freddo d’inverno. Il freddo lì dentro ti prende il cervello. Il riscaldamento non funzionava e noi dormivamo sempre vestiti con un berretto in testa. D’estate forse il momento peggiore. Il problema è che d’estate tutti i pomeriggi toglievano l’acqua. Dall’una in poi stavamo chiusi in cella con un caldo terribile e senza acqua, né per bere né per lavarci. Già: lavarsi, una cosa semplice che diventava un’impresa nel carcere di Verona. Potevamo fare la doccia 2 volte a settimana. Le docce sono un mondo a parte. Sono fuori dalle celle e l’acqua è fredda d’inverno e d’estate spesso non c’è. Inoltre sono fatiscenti e sporche. Io facevo la doccia quasi vestito per la paura di prendermi una malattia, anche perché gli scarichi non funzionavano e si accumulava l’acqua sporca usata da chi ha fatto la doccia prima di te. Addirittura nella mia sezione lo scarico delle docce era tanto otturato che quando ti lavavi l’acqua andava a finire dentro le celle di altri compagni. Ricordo che noi vivevamo nel terrore di prenderci una malattia. Anche perché nel carcere di Verona se stai male nessuno ti cura. La colpa non è di nessuno, è soltanto nel fatto che un medico non può certo riuscire a curare 700 detenuti. Tutto qui. Non si può spiegare quello che abbiamo provato quando nel 2004 è esplosa un’epidemia di tubercolosi. Vivere costretti l’uno accanto all’altro nella paura di contagiare o di contagiarsi. Ricordo che ho conosciuto un ragazzo che mi disse che gli avevano riscontrato la tbc. Aveva due buchi nei polmoni grandi come due monete. Lui non era isolato dagli altri ma era in una cella sovraffollata e in più in mezzo a gente che fumava. Immaginate uno con la tubercolosi dentro una cella piena di gente che fuma. E ce ne erano tanti come lui. Io, nonostante questa detenzione, ero un privilegiato perché avevo fuori dal carcere una famiglia e soprattutto la possibilità di rifarmi una vita. Mentre ho visto tanta gente detenuta nel carcere di Montorio che era abbandonata a se stessa e non aveva un futuro davanti. Molti tra loro si tagliavano le braccia per ricevere un minimo di attenzione. Si tagliavano con le lamette oppure respiravano il gas delle bombolette che si usano per cucinare in cella. Ne ho visti tanti di ragazzi così, tanti ragazzi senza nome e senza domani. Nel carcere di Verona ho visto cose che non pensavo di vedere mai. Ora sto cercando di dimenticare, di ricominciare ma spesso quelle immagini appaiono nella mia mente. Una volta, facevo lo scopino in carcere, mi chiamano per pulire una cella. Entro e vedo una cella piena di sangue e altro che non so cosa fosse. Non so se riesco a spiegarmi, perché quello che ho visto in quella cella era lontano anche dalla mia immaginazione. Ho dovuto pulire tutto, se mi rifiutavo mi avrebbero fatto rapporto. Al Montorio c’è un’infermeria, io sono stato ricoverato lì per qualche giorno e ho visto gente che in carcere non doveva starci. Persone gravemente malate nel fisico e nella mente. E forse è da loro che capisci quanto sia assurda quella detenzione, quel mondo. A me quel carcere non è servito a nulla. Io ho commesso un reato, sono diventato definitivo a 7 anni dal processo e per me e per la mia famiglia la detenzione è stata solo sofferenza. Sofferenza fine a se stessa. Scontata la mia pena per fortuna ho ripreso a lavorare, ma anche ora mi chiedo come faranno tante persone sole ad uscire da un carcere così e trovare un possibile domani?

Cesare

da IL FOGLIO QUOTIDIANO SABATO 25 GIUGNO 2005

 

ID 346, ut 1, pubblicato il 04/07/2005