Disarmare il consumismo

Filippo Zaccaria

Più il consumismo si diffonde più l'insoddisfazione domina gli uomini. L'infelicità sembra diventare la condizione antropologica del mondo ricco e potente. Guardate la gente che incontrate sulle strade delle città la mattina, nessuno o quasi sorride, tutti hanno fretta di arrivare nel luogo dell'angoscia. Giovani o meno giovani, maschi o femmine, bambini e anziani, tutti accumunati da una disciplina terribile: consumare, consumare, consumare. Per consumare ci vogliono soldi, per avere soldi bisogna lavorare, per lavorare bisogna consumare. Se i consumi calano, cala il lavoro e i soldi per consumare.

Tutti incatenati psicologicamente, come schiavi, alla materialità dell'imateriale denaro, alienati dall'unica concreta base della vita che è la natura. Natura che si riscopre, a frammenti, quando anch'essa si traduce in denaro. Come l'acqua che si spreca perché di poco valore, ma poi diventa "fonte" di reddito per le multinazionali quando comincia a scarseggiare diventando più preziosa del petrolio. Come la terra che viene abbandonata all'incuria, ma diventa unico valore ipotecabile per le banche, assumendo ipervalori ipertrofici per un agricoltore, qualora volesse acquistarla per coltivarla. Come l'aria che impone soste forzate alle città, perché l'inquinamento eccessivo la rende irrespirabile e quindi ci accorgiamo che anch'essa ha un valore mercantile. Se questo è il destino dell'uomo, non c'è nulla da dire, più in fretta raggiunge il suo parossistico obiettivo, più in fretta si conclude la sua avventura terrestre.

La vita umana, però, non sembrerebbe destinata ad una conclusione così ovvia. Millenni di storia indicano che l'uomo si è evoluto sempre verso una maggiore coscienza di Sé, da una vaga coscienza di specie, ad una di gruppo, tribale, di stirpe, di classe, familiare, individuale. Ora può scoprire che il "quid" profondo della propria individualità, non essendo della stessa natura delle cose che lo circondano, non può identificarsi con esse. Per quanto virtuali, inutili, fittizie, consumistiche appunto, possano essere le cose esterne all'essere, nessuna potrà acquietare quell'anelito di libertà assoluta che si esprime quando immobili, chiusi i sensi verso l'esterno, rilassato al minimo ogni ritmo vitale, calmato ogni rigurgito di desiderio, realizziamo il nostro pensiero mentre pensa, senza confini, senza tempo, senza demoni. Quando ritorniamo alla naturale vita quotidiana, tutto è apparentemente come prima, ma nulla è uguale a prima, un sorriso lieve di compassione ci rende sopportabile l'infelicità. E' come tornare su un campo di battaglia di una guerra che ha lo scopo di distruggere il più rapidamente possibile ciò che produciamo.

Biolcalenda, Ottobre 2002

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ID 38, ut 1, pubblicato il 09/10/2002