MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI 2005 - 6° ASSEMBLEA DELL'ONU DEI POPOLI

Nei giorni precedenti la marcia si è tenuta a Perugia la sesta Assemblea dell'ONU dei popoli che si svolge in contemporanea alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi. La prima si tenne nel 1995.
Riportiamo un resoconto fatto da Giannina dal Bosco, delle Donne in Nero di Verona, ai partecipanti alla marcia durante il viaggio di ritorno in pullman verso Verona l'11 settembre 2005.

All'assemblea dell'ONU dei popoli vengono invitati rappresentanti pacifisti di associazioni di paesi coinvolti in violazioni di diritti umani o in stato di guerra. Ogni due anni vengono affrontati temi molto definiti insieme con tutte le rappresentanze del mondo. Quest'anno hanno aderito più di 440 fra comuni, province e regioni come "Enti locali per la pace". I partecipanti dalle varie parti del mondo provenivano da 120 paesi come America, America latina, Africa, Cecenia, Russia, Yugoslavia; ma anche e soprattutto dando spazio a quei posti dove si svolge un lavoro fatto assieme senza cercare chi è il buono o il cattivo, la guerra, il nemico. In questi casi si invita la doppia rappresentanza tipo Israele e Palestina. Non si invitano solo i palestinesi ma si invitano entrambi. Sono loro che decidono chi mandare chi lavora per la convivenza, per il rispetto e contro le guerre e le occupazioni.
Quest'anno all'interno dell'assemblea c'è stato un momento molto sentito, molto vissuto, con una celebrazione per ricordare tutti gli eccidi e le violenze nel mondo. Erano presenti Parent Circle (Palestina-Israele) Iraq, Bosnia-Erzegovina, le donne di Srebrenica.
Quest'anno il tema della marcia era non solo la data dell'11/9. E' vero che questa data è un anniversario che ricordiamo per quanto è successo, ma è stata fatta questa domenica perché la settimana prossima i potenti del mondo si troveranno a New York per decidere il futuro dell'ONU. Vi risparmio tutto quello che è successo in questi ultimi mesi con la nomina da parte del governo USA dell'[ambasciatore presso le Nazioni Unite di una persona] che si è sempre dichiarata contro l'ONU.
Abbiamo preparato un documento come rappresentanti della società civile su quale ONU vogliamo noi. Giovedì pomeriggio la Tavola della Pace, gli enti locali, hanno invitato tutti i rappresentanti politici a quest'incontro, anche perché pur avendo dei rappresentanti politici all'interno dell'ONU non sappiamo mai quale posizione esprimono. Noi vogliamo una democrazia partecipativa perciò volevamo chiedere al nostro governo chi va all'ONU, cosa dice e a nome di chi parla. Quest'invito è stato accolto da Romano Prodi che ha risposto immediatamente e si è reso disponibile ad un incontro che è durato tre ore. Questa è stata l'unica parte che ha coinvolto direttamente gli italiani. Ma anche gli altri partecipanti erano interessati a questo rapporto da costruire con le istituzioni dei propri paesi. Sono state fatte alcune osservazioni da parte dei paesi africani o anche iracheni o afgani che dicevano: "ci fate la guerra per la democrazia, noi abbiamo la democrazia però non sappiamo che cos'è un ministero non sappiamo dove andare, cosa dobbiamo chiedere qualsiasi cosa minima". E' anche questo il ruolo della società civile di cui si dovrebbe parlare. Con Romano Prodi abbiamo formulato delle domande ben precise. Per prima cosa gli abbiamo consegnato un rapporto su quanto ha speso il governo italiano per il ministero della difesa. E' stato tagliato lo stato sociale è stato tagliato di tutto mentre il ministero della difesa ha sempre aumentato negli anni il suo bilancio, anche con dei sistemi impossibili da controllare perché le missioni in Iraq, in Afganistan e in Bosnia non rientrano sotto questa voce del ministero ma in una cosa a parte. Noi abbiamo fatto tutti i conti e glieli abbiamo consegnati a Prodi, dicendo: questa è la realtà. Tu se sarai eletto e se sarai a capo di un governo cosa pensi di queste cose. La risposta è stata "non sono molto informato su questo per cui non vi posso rispondere". Le altre cose che abbiamo chiesto sono il suo impegno contro la guerra, la questione del rapporto con l'ONU, il fatto che essendo l'ONU un'istituzione sopranazionale ogni paese aderente deve versare una quota. Era stato fatto il progetto del Millenium per il quale anche l'Italia si era impegnata a versare lo 0,7% [per la riduzione della povertà] mentre ora sta versando lo 0,15%. Soldi che, considerando che il bilancio della Difesa aumenta, vengono presi tagliando i fondi dalla cooperazione. Le cose che Prodi ci ha detto che si impegna di fare sono il rispetto dell'art. 11 della nostra Costituzione e che non ci si deve inventare nulla ma va ribadito l'impegno preso nel 2000 di sostenere lo 0,7% di contributo all'ONU. Domande dirette ne abbiamo fatte tantissime. Abbiamo chiesto cosa pensa dei centri di detenzione temporanea, che cosa pensa dell'accoglienza, ma non ha risposto. Sul lavoro che stavamo facendo di riformare l'ONU, non l'ha detto, però gestualmente ha detto che cos'è questo casino che cosa volete. Questo è quello che ho vissuto io, però in modo diretto, del discorso di Prodi.
Nei discorsi successivi si è parlato della riforma dell'ONU e soprattutto del problema della povertà, le guerre e la povertà. Per me è stata una cosa molto forte, io sono una donna, faccio parte delle Donne in Nero, sono femminista però la presenza nell'assemblea di queste donne africane, dell'america latina dei paesi ex-Urss sono state eccezionali perché alcune hanno detto che sono stufe a sentire parole, che noi parliamo della povertà degli altri. Loro si sono definite che non sono povere ma siamo noi che le abbiamo impoverite. Un concetto completamente diverso su come si è prodotta la povertà. Dicono: basta parole! Non parliamo, perché si dà l'impressione che anche noi siamo diventate esperte del parlare di povertà. Troviamo soluzioni però noi viviamo la quotidianità. C'è stata una del Kenia che ha detto: "io ho sette minuti di tempo per parlare, io devo ricordare che in questi sette minuti sette donne sono morte in Kenia perché ci manca l'assistenza per il parto per delle cose che per voi sono delle banalità". Quella del Sudafrica è stata molto dura sulla situazione. Ha detto "invece di parlare tanto cominciate anche voi a fare delle azioni dirette nel vostro paese occidentale in cui la vostra cara Parmalat è venuta giù e ci sta rovinando tutto. Noi abbiamo il latte, abbiamo le mucche però la Parmalat sta portando latte in polvere, sta vendendo lo yogurt sottocosto per cui sta divenendo la stessa cosa della Nestlé".
Quello che io ho colto è questa modalità di rapportarsi sulla vita quotidiana delle persone, non hanno fatto ragionamenti mondiali dell'economia, hanno portato questa che è la realtà quotidiana che vivono loro. Sono stufe di sentire parlare del WTO, di tutte queste agenzie internazionali perché per loro comunque la situazione non cambia anzi peggiora giorno per giorno.
Gli altri aspetti importanti erano la presenza di donne afgane, irachene e anche queste hanno avuto delle posizioni molto critiche. L'Afganistan e anche I'Iraq stanno subendo bombe e distruzione tutti i giorni in nome della democrazia. Hanno raccontato che in Afganistan ci sono 2000 ong che sono lì per fare dei progetti e che al popolo afgano e alle persone che comunque hanno un'istruzione hanno una preparazione l'unica cosa che gli danno è di fare l'autista o a fare le pulizie di casa per cui, dicono, è meglio che non ci siano queste ong perché esse si beccano tantissimi soldi mentre il personale locale viene utilizzato solo in queste [mansioni].
Hanno posto dei problemi molto, molto forti, sperano fra due anni di trovarsi magari in un altro posto. In molti interventi è stato detto che l'ONU si trova a New York. L'America non paga la quota all'ONU, l'America sta forzando l'ONU per legittimare tutte le guerre che sono in giro per tutto il mondo: "perché non spostiamo l'ONU". Molte fra i presenti - 120 persone - hanno detto che l'ONU forse è meglio che lo portiamo a Gerusalemme. Gerusalemme è la città in cui convivono le tre religioni portare lì l'ONU sarebbe un gesto simbolico importantissimo.

Il primo giorno ho pianto perchè la prima persona che ho incontrato all'assemblea che è stata Sherif, una donna algerina che sta lavorando con l'associazione delle vittime dell'Algeria. Appena mi ha visto ha pianto perché ha detto che da quando sei anni fa l'abbiamo portata quì, con la nostra associazione di Verona, "qui posso parlare e dire quello che penso e ci aiutate tantissimo".

Un'altra sessione si è svolta con la presenza di Giuliana Sgrena e Giovanna Botero. Giuliana Sgrena ci ha raccontato che che ha bisogno, per quello che ha vissuto, di questi bagni con tutte queste persone. La cosa molto commovente è stata la presenza di una ragazza irachena che ha perso il padre e il fratello sotto il regime di Saddam. Ci ha raccontato che il mattino quando va a lavorare, lei esce con una pistola e controlla se è carica perché, ha detto, se mi prendono prima di subire le torture mi suicido. Questa è la quotidianità che vive il popolo iracheno. La cosa bella è che lei ha portato dall'Iraq un pacchettino e ha detto "questo è un regalo che ha fatto mio padre a me. Mio padre è morto, mi sembra giusto donarlo a Giuliana per tutto il lavoro che ha fatto in Iraq e sul quale sta tuttora lavorando". Quì c'è stato un momento emotivo forte da parte di tutti. Giuliana dice che ha bisogno di tutte queste presenze perché la sua liberazione non l'ha potuta assaporare, perché "la spalla me la stanno curando, ma la testa è molto difficile perché l'unico ricordo che ho è che sulla mia spalla un uomo è morto per difendere la mia vita" e la stessa cosa, questo lancio di aiuto è stato fatto dalla giornalista Giovanna Bottero di Rai3. Dice che gli spazi si stanno chiudendo ma siamo noi che dobbiamo alzare la voce e pretendere un'informazione corretta, ne da una parte ne dall'altra ma corretta.
Ci sono stati momenti di preghiera. Ieri sera in cattedrale a Perugia si sono incontrate tutte le varie religioni è stata una cosa molto bella.
Fra due anni si rifarà, non c'è nessun vincolo, ognuno può partecipare un giorno o più, ma vale la pena essere presenti, perché si torna a casa molto, molto arricchiti sul problema delle relazioni. Si aprono relazioni con una parte del mondo importantissima che è poi utile riversare sulle nostre città. Il fatto che siamo qui e che vi ho raccontato queste cose è che anche Verona ha aderito al Tavolo della pace e agli Enti locali per la pace. Anche Verona ha ospitato due donne che avremo occasione di conoscere nei prossimi giorni sono una palestinese ed una israeliana che ci verranno a raccontare come vivono [ed hanno vissuto] queste due società - chi in un modo chi in un altro - in tutti questi anni.
Il nostro lavoro è anche questo: essere presenti alla Marcia Perugia Assisi ma anche spingere gli enti locali verso le potenzialità delle cose che si potrebbero fare per queste persone che vivono la guerra, che vivono la repressione, che non sanno se la sera arrivano [a casa], per dare loro quest'opportunità di uscire e di raccontare le loro vite; non chiedono mai soldi. Questo è il coraggio con cui ritornano nei loro paesi a lavorare per la pace e per la nonviolenza.

 

ID 385, ut 1, pubblicato il 14/09/2005