Lettera da Kitgun (Uganda)

Bianca Braggio

Carissima,
ti scrivo questa lettera per renderti partecipe degli accadimenti che sto vivendo in questa mia missione.
Kitgun è una piccola città del Nord dell’Uganda, teatro, da circa quindici anni, di guerra, violenza, malattie, povertà, fame.
Mi fa un certo effetto camminare per alcune strade di questa piccola città-villaggio e vedere qua e là ammassi di rovine, quale testimonianza di incursioni, attacchi ed eccidi.
Sai anche che non puoi inoltrarti nelle zone erbose perché, a parte il rischio di avere un incontro ravvicinato con qualche serpente velenoso, o un centinaio di formiche che se ti assalgono sei spacciato, potresti incappare in qualche mina e saltare in aria.
Sono stata a visitare l’ospedale St.Joseph e ho visto molti bambini mutilati dalle mine. Che tristezza! E’ terribile costatare come questi ordigni possano falcidiare una persona nel giro di pochi minuti. Spesso le vittime sono bambini ignari attratti da qualcosa d’insolito nascosto nell’erba, o che vanno a raccogliere una palla finita in un cespuglio. Ordigni fabbricati in occidente alcuni anche in Italia.
Davide, il fisioterapista dell’equipe, che si occupa delle protesi per i mutilati dalle mine, afferma che c'è circa una mina ogni cinque persone. Considerando che parte del pianeta fra cui l’Europa, il Nord America e alcune aree dell’Asia e del Sud America non sono coinvolte in conflitti armati, possiamo immaginare quale sia la loro disseminazione in quest’area e altre dove c’è la guerra.
Le mine, oltre ad uccidere e mutilare le persone, impediscono ai contadini di tornare a coltivare le loro terre e quindi contribuiscono a produrre povertà e fame. Le mine uccidono anche parecchi animali in via d’estinzione quali elefanti, gorilla, tigri, questi animali se feriti, possiamo immaginare quale possa essere la loro fine.
Le mine inquinano il terreno con il piombo e il mercurio, distruggono le piante, inoltre, a causa delle inondazioni, vengono spostate dai loro siti originari e quindi non sono controllabili e circoscrivibili.
In ospedale ho visto anche numerosi bambini di circa un anno immobilizzati, in trazione che piangevano. Sono affetti da osteomielite, una malattia provocata da infezioni post partum.
Ho visto bambini denutriti, affetti da Kuarshiorkor, una patologia che li trasforma in vecchietti.
Ho visto anche alcuni ragazzi fuggiti dai guerriglieri: ho letto nei loro occhi disperazione e paura.
Probabilmente se l’Avsi, l’organizzazione con cui collaboro, non mi richiederà un’altra consulenza tornerò a lavorare qui in questo ospedale l’estate prossima.

Camminando per le strade, o mentre ci spostiamo in jeep da una sede all’altra dell’Avsi incontri parecchi bambini che si avvicinano, alcuni un po’ timidi ma incuriositi, altri piu’ spavaldi che ti salutano e ti chiedono come stai. Mi è automatico pensare che dietro a quasi ognuno di loro si nasconde una tragedia: un genitore morto d’Aids, un rapimento, l’essere stati testimoni di uno o più atti di violenza. Qualcuno, un po’ più grandicello, se l’ascolti ti racconterà che la violenza l’ha dovuta praticare per evitare di essere ucciso e ora soffre di incubi notturni, di tremori o altri disturbi, qualcun altro ti può raccontare che, per sopravvivere, ha dovuto nascondersi per giorni sotto a dei cadaveri e che tuttora si sente addosso il fetore di corpi in decomposizione.
Qualcun altro ti racconterà che è fuggito dai guerriglieri inoltrandosi nella boscaglia a piedi nudi senza cibo né acqua, rischiando di essere sbranato dagli animali feroci e che è sopravvissuto bevendo la sua urina.
Ho saputo di una suora che coraggiosamente ha inseguito dei guerriglieri che avevano rapito circa un centinaio di ragazze da una scuola-convitto. Questa suora li ha inseguiti di notte, attraverso la boscaglia rischiando di incontrare degli animali feroci o di saltare su qualche mina. Una volta raggiunti i guerriglieri è riuscita a farsi rilasciare quasi tutte le ragazze, tranne una ventina. Successivamente è andata a parlare con il presidente del Sudan, dell’Uganda e della Libia per richiedere la liberazione di queste ragazze. Un paio di ragazze rimaste nelle mani dei guerriglieri sono riuscite a fuggire ma mentre una è riuscita a porsi in salvo, l’altra è stata catturata e legata a un albero nella giungla. E’ stata ritrovata dopo quattro giorni sbranata dagli animali, ed era morta solo da poche ore…
Queste realtà terrificanti convivono con una situazione di calma apparente: cani che abbaiano, uccelli che cantano delle melodie meravigliose, lucertolone multicolorate che sonnecchiano sotto il sole cocente, donne che camminano con dei carichi enormi sulla testa, uomini che vanno in bicicletta e che ti propongono il bicycle service (il taxi locale). Poi all’improvviso puoi sentire degli spari allora c’è un allarmarsi generale: le comunicazioni radio si infittiscono. Sei consapevole che da un momento all’altro i ribelli potrebbero ricomparire e fare un’altra strage come quattro anni fa quando, in una sola notte, hanno ucciso 412 persone.
Il loro modo di uccidere è estremamente violento: ti fanno a pezzi con il macete o con un bastone.
Qualche bambino traumatizzato ha dovuto assistere a scene di cannibalismo, qualcuno è stato costretto a mangiare pezzi di cadaveri di parenti o amici uccisi.
E’ raccapricciante e terribile tutto ciò e ti chiedi perché l’uomo arrivi a tanta brutalità. L’unica risposta che riesco a darmi è: che la violenza crea violenza in una spirale progressiva e infinita. E la violenza nasce dalla povertà, dai diritti calpestati, dall’ignoranza, dall’ingiustizia.
La violenza nasce dal non rispetto della vita in ogni sua manifestazione. Mi convinco sempre di più che la scelta vegetariana e cioè la scelta di alimentarsi con cibo che non abbia provocato alcuna uccisione, oltre a contribuire a ridurre l’inquinamento e lo spreco delle risorse del pianeta, sia ancora la scelta prioritaria nello spezzare la spirale della violenza. Lo stesso Orazio affermava, ancora nel 300 A.C. che la “violenza sugli animali è la premessa e il tirocinio della violenza sugli esseri umani”.
Mi domando quanta responsabilità noi occidentali che viviamo nel lusso e nello spreco abbiamo rispetto alla realtà di queste popolazioni, che vivono nella barbarie e nella sofferenza più atroce.
Quanto noi occidentali siamo debitori verso questi popoli depredati in passato dai nostri nonni, bisnonni e trisavoli che hanno depauperato l’Africa delle sue forze migliori (trenta, cinquanta milioni di persone ridotte in schiavitu’), che hanno ammazzato circa cinque milioni di indios nelle Americhe, che hanno avviato piantagioni e monoculture alterando il patrimonio faunistico e la flora locali provocando l’estinzione di varie specie di piante e animali, avviando un processo pressoché inarrestabile di desertificazione? E che dire della colonizzazione che ha suddiviso vaste aree geografiche secondo gli interessi economici dei colonizzatori a discapito delle diversità etniche, culturali, razziali, generando così conflitti, perdite di identità culturali che sono all’origine anche di tante guerre locali? E poi potremmo parlare del neocolonialismo che in modo più strisciante e subdolo è la perpetuazione della civiltà e dello strapotere dei bianchi su culture tribali, ritenute “inferiori”. A tutto questo scempio possiamo aggiungere gli interventi di “aggiustamento strutturale” dei famigerati Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, altri organismi escogitati dal mondo occidentale per dare l’ultimo colpo di grazia alle già dissestate economie locali fondate su un’agricoltura di sussistenza allo scopo di favorire l’ulteriore disgregazione del tessuto socio-economico. Così le fameliche multinazionali possono accaparrarsi le ricchezze del sottosuolo e delle terre più fertili di questi stati così ricchi di materie prime ma così poveri dal punto di vista socio-culturale, il tutto con la connivenza di governanti locali despoti e senza scrupoli.
Penso che ognuno di noi dovrebbe venire qui a vedere con i propri occhi ciò che accade in queste aree del mondo dove la vita umana sembra non avere alcun valore perché il colore della pelle non è bianco, perché la cultura di queste tribù non è oggetto di indagine antropologica, perché questa gente, assieme ad altri miliardi di persone, appartengono alla categoria dei “nessuno”.
La vita con lo staff di Avsi è frenetica. Il lavoro è continuo senza sosta dalle otto della mattina alle otto di sera, sabato e domenica compresi.
Il mio lavoro, dopo una prima fase di rilevazione delle varie problematiche, consiste nella formazione del personale locale in qualità di counsellors. Assieme ad Annette, un’assistente sociale italo-belga, ho organizzato un workshop residenziale. Ora seguo i vari counsellors in colloqui individuali e sto approntando delle linee guida per il programma psico-sociale la cui finalità è di aiutare psicologicamente i ragazzi bambini soldato a reintegrarsi nel tessuto sociale del villaggio di appartenenza. La grossa difficoltà che riscontrano i bambini che sono riusciti a sfuggire ai guerriglieri, oltre a superare il trauma delle violenze subite e praticate che lascia in loro delle profonde ferite psicologiche è la loro integrazione nel tessuto connettivo del villaggio. Questi ragazzi vengono rifiutati, emarginati, in particolare le ragazze che sono state stuprate e hanno portato con sé il o i loro figli frutto di violenze sessuali.

Mi piace lavorare con lo staff di Avsi perché sono tutte persone molto intelligenti, professionalmente preparate, con un grande cuore e molto coraggio. Costituiscono una piccola comunità inserite in una comunità più grande di cui condividono in parte il destino. Sono tutte persone messe assieme per caso ma che sembrano fatte le une per le altre.
In mezzo a loro si respira un afflato, un’affettività che nasce forse dal fatto che sono persone unite da una grande profondità d’animo e da degli ideali comuni.
Parlando con loro della sicurezza mi dicono che nell’ultimo anno si sono sentiti gli spari solo per quattro volte (io commento fra me e me solo?)
Sono tutti consapevoli che all’improvviso potrebbero ritornare i guerriglieri, per questo ognuno di loro deve sapere in ogni momento dov’è l’altro, attraverso la radio.
“Per i propri ideali bisogna essere disposti anche a perdere la vita” mi fa capire Annette, la mia più stretta collaboratrice. E io sono perfettamente d’accordo. Commento con lei che proprio la consapevolezza che potresti morire da un momento all’altro ti fa sentire la vita come un bene prezioso, che non va sprecato.
La mia paura non è forse quella di morire, o forse non è la paura più grande, ma di morire di una morte violenta. Paradossalmente a Kitgun chi muore di malattia è un privilegiato.
In Occidente i privilegi si vivono anche nel morire, poiché, a parte qualche caso di incidente, la morte non è così violenta come avviene a Kitgun o in altre zone geografiche dove c’è la guerra.
Qui la morte è molto violenta: ti possono fare a pezzi.
In questi giorni ho incontrato un’altra persona eccezionale: Padre Tarcisio Pazzaglia, un missionario che vive da molti anni in quest’area desolata. E’ un uomo molto coraggioso, generoso e umile. Da anni lotta per la pace e aiuta gli abitanti di questo posto dimenticato dagli uomini e da Dio.
Mi colpisce il suo senso umoristico, tipico delle persone spiritualmente evolute e la sua dedizione che si è estrinsecata negli anni non solo nel portare un messaggio spirituale e di conforto a questa popolazione ma anche nel voler conoscere minuziosamente tradizioni, abitudini, rituali di una cultura tribale che sorprendentemente racchiude in sé un grosso patrimonio di conoscenza.
Padre Pazzaglia mi ha generosamente fornito un video che è una sintesi di anni di una sua ricerca “antropologica” frutto non di studi universitari ma semplicemente della sua intelligenza, del suo intuito e del suo amore per questa gente.
Qui a Kitgun c’è anche molta voglia di vivere, la leggo negli occhi della gente che incontro, la colgo nell’entusiasmo dello staff.
Mi chiedo come sarà la mia vita quando tornerò a casa nella routine di tutti i giorni. Già mi sentivo un’outsider prima, poi, presumo, che mi sentirò ancora di più una diversa rispetto alla banalità di certi modelli di vita, alla superficialità di certe persone. Non sopporterò più sentir parlare di fame nel mondo davanti a una tavola riccamente imbandita, non sopporterò più sentir parlare di scuola di salsa o di meringhe o di dove trascorrere le proprie ferie, o discorsi politici-filosofici sulla violenza e la guerra comodamente seduti nelle poltrone di un salotto.
Mi viene in mente ciò che dice Tiziano Terzani: “Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente, facendo di valori come il denaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio. L’uomo del benessere e dei consumi ha come perso la sua capacità di commuoversi e di indignarsi. E’ tutto concentrato su di sé e non ha occhi ne’ cuore per quel che succede attorno”. E ancora sempre Terzani dice: “L’uomo che dimentica d’avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’universo diventa il più distruttivo di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendo gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di violenza contro i suoi simili. Dobbiamo avere tutti vergogna di questa normalità”.
Queste frasi mi risuonano dentro ora più che mai.
Kitgun mi mancherà, mi mancheranno i colleghi dello staff, mi mancheranno gli sguardi dei bambini con il loro carico di vita e di morte, nel cuore porterò la compassione per le loro sofferenze, mi mancheranno gli occhi intensi di queste donne e di questi uomini e da lontano probabilmente mi sentirò ancora più impotente nel non poter fare nulla per loro.
Qui, in questo mondo semplice privo di teatri, di cinema, di negozi lussuosi, di luminose, di oggetti da acquistare, in mezzo a una vegetazione brulla e alla polvere delle strade non asfaltate, immersa in un insieme di sensazioni, di riflessioni, di progetti, di odori, di profumi, di suoni, di incontri con persone “speciali” sembra che la vita abbia un senso ancor più profondo e più vero.
Ti abbraccio con affetto, ci rivedremo presto in Italia,
Bianca

 

ID 459, ut 1, pubblicato il 03/02/2006