mi chiamano garrincha 25 marzo Teatro Filippini

Verona
E' un monologo sul football di una volta, quello rimasto lontano da tecniche e tattiche e dalle esasperazioni polemiche di oggi.
   Una sorta di viaggio nella memoria attraverso le gesta di personaggi, dentro e fuori dal campo da gioco, che hanno regalato emozioni e divertimento a milioni di persone.

Simone Azzoni


Uno spettacolo tutto dedicato al calcio, ispirato alla vita di Darwin Pastorin che ha vissuto questo sport prima con gli occhi del bambino, poi del tifoso e infine del giornalista sportivo con il vizio della letteratura.
   Darwin Pastorin racconta storie belle, gesti di grande umanità e di altrettanto grande miseria, sconfitte inaspettate, epiloghi tragici. Storie speciali, che meritano di essere dette a un figlio piccolo, ma già rapito dal fascino dell’erba verde
   Qui si parla di Garrincha nato a São Paulo. Il calcio è la sua passione peccato però che egli sia storpio d’una gamba.
Garrincha è un soffio di vento, la poesia al potere, la magia che faceva si che un handicappato, un disgraziato, un derelitto della società, uno storpio, uno destinato ai bassifondi ed al massimo a chiedere l’elemosina, un analfabeta per giunta, con un dribbling, con uno scatto, un assist, un passaggio filtrante, un goal accarezzando la palla e dandole del tu, facesse esplodere la voglia di riscatto, la gioia incontenibile, la rabbia di tutti gli emarginati della terra.
   Non era uno qualunque Garrincha, era nato poliomelitico in una famiglia brasiliana delle favelas. Non sapeva scrivere, firmava con una "x" e camminava tutto storto, ma in campo per la sua destrezza lasciava storditi gli avversari con quella finta che solo un poliomelitico brasiliano poteva fare. Insuperabile Garrincha, calciatore gentiluomo.

 

ID 486, ut 86, pubblicato il 21/03/2006