La logica assurda del debito (4)

Alcuni retroscena della guerra in Iraq. Saddam Hussein ha probabilmente firmato la propria condanna alla fine del 2000, quando decise di accettare solo euro per il proprio petrolio invece del dollaro.

Domenico de Simone

Nel mese di agosto scorso scrissi un articolo in cui spiegavo le ragioni per cui Bush e i suoi amici sarebbero andati a fare la guerra a Saddam a tutti i costi. Ragioni tutte economiche, legate ad interessi privati, per via del petrolio, e l'erronea credenza che le crisi economiche debbano sfociare in guerre per essere risolte.
Sono passati sette mesi e adesso ci siamo. Nel giro di qualche giorno Bush attaccherà, indipendentemente dal voto dell'ONU, contro il Papa, la Cina, la Francia, la Germania e tutti quei paesi del mondo che non riesce (ancora) a controllare. E' probabile che quando riceverete la rivista con questo articolo, le ostilità siano già iniziate. Ripercorriamo, allora, le ragioni di questa guerra alla luce di quello che è accaduto in questi mesi e le prospettive che si aprono per il dopo.
Un dopo che i vertici militari americani pronosticano già ad alcune ore dall'inizio del conflitto, poiché sono sicuri di terminarlo in brevissimo tempo. Anche Hitler aveva la stessa convinzione quando invase la Polonia, e pure in Vietnam l'avventura americana sarebbe dovuta durare qualche settimana.
Questa è stata chiamata la guerra del petrolio. Non a caso i vertici politici americani sono tutti ex dirigenti o azionisti di grandi compagnie petrolifere. Bush, Cheneey, Condoleeza Rice, Rumsfield. La minaccia della guerra ha già fatto lievitare il prezzo del barile di petrolio, che ha sfondato quota 40 dollari e rischia di salire, almeno in una fase iniziale della guerra, fino ad oltre 70 dollari, quando l'Opec ritiene corretto un prezzo non superiore ai 25 dollari. La prima cosa che viene in mente è che questa guerra sia quanto meno viziata da quello che in Italia ben conosciamo con il nome di “conflitto di interessi” o, se preferite, interesse privato in atti d'ufficio. Riuscire con un colpo solo a trarre enormi profitti vendendo al triplo il proprio petrolio, impadronendosi del controllo del secondo paese al mondo in quanto a riserve petrolifere, è evidentemente una tentazione irresistibile.
Ma c'è dell'altro, ovviamente. Perché per tenere a bada l'Iraq e tirare su il prezzo del barile, basterebbe minacciare la guerra non sarebbe necessario farla con tutti i rischi che ne potrebbero derivare. Principalmente l'unificazione del mondo arabo sotto la bandiera dell'estremismo islamico dal quale Saddam e l'Iraq è ben lontano. Per chi l'avesse dimenticato, ricordo la guerra decennale condotta da Saddam contro l'Iran degli Ayatollah ampiamente finanziata da europei e americani. Già, vi ricordate dello scandalo della filiale di Atlanta della BNL? Un buco di 1500 miliardi di lire di allora, somme utilizzate per finanziare di nascosto l'Iraq, presumibilmente per conto degli americani, per la sua guerra contro gli iraniani.
Gli americani sono tremendamente preoccupati per la crisi verticale del sistema finanziario mondiale. Sappiamo che non è possibile uscirne con i soliti strumenti, manca la possibilità di creare moneta tramite il debito e le sofferenza della domanda si traducono in problemi sociali nei paesi occidentali e situazioni esplosive nel resto del mondo. L'idea degli strateghi statunitensi è di ripercorrere le vie già battute dopo la guerra del '29. La situazione è terribilmente simile, anche se decisamente peggiore, poiché il livello di vita è molto più elevato e la caduta per via di un crack del sistema finanziario sarebbe spaventosa. Anche allora la FED abbassò in circa due anni il tasso di sconto dal 6% dell'ottobre '29 fino all'1,50% dell'estate '31, la borsa perse allora oltre il 90% passando dai 351 punti di ottobre ai 31 punti dell'ottobre '32. Adesso andiamo meglio, il Nasdaq ha perso “solo” il 75% dai 5.100 punti del marzo 2000 fino ai 1300 circa di oggi, ma non è detto che sia finita qui, nonostante questo livello sia stato raggiunto già dall'agosto 2001. Agosto e non settembre, a riprova del fatto che l'attentato delle due torri non c'entra niente con la crisi finanziaria, anzi, ha consentito al governo ed alle autorità monetarie di assumere sull'onda del patriottismo, provvedimenti che hanno sostenuto le quotazioni riversando sulle borse migliaia di miliardi di dollari derivanti dall'indebitamento pubblico.
Negli anni trenta la crisi fu risolta dalla guerra che tolse dalle strade milioni di disoccupati mandandoli al fronte, contrasse i consumi interni fino all'osso, e creò un “mercato” in cui la domanda era in costante crescita, appunto armi per la guerra. Come scrivevo nell'articolo sul numero scorso, produrre bombe innesca l'accumulazione monetaria e quindi crea “ricchezza” sotto forma di morte e distruzione per chi sta sotto le bombe. Per quanto possa sembrare paradossale, nel 1942, in pieno sforzo bellico, il reddito medio degli americani era del 20% superiore a quello del 1937, l'anno peggiore dopo il 1929. Insomma, la guerra come rimedio alla crisi economica. Calcolo miope e assolutamente sbagliato, poiché a meno di non diventare mondiale, questa guerra regalerà tanti profitti ad alcuni amici dei dirigenti politici americani, azionisti e dirigenti di aziende missilistiche e di armi, ma non potrà far ripartire l'economia, come accadde anche dopo la guerra del Vietnam. Tradurre in produzione di armi un'economia votata da tempo alla produzione immateriale, che rappresenta oltre il 70% del PIL USA, significherebbe stravolgere dalle fondamenta l'intero sistema di produzione, sconvolgere le abitudini e far tornare indietro il tenore di vita degli americani di decenni. E ovviamente, anche quello degli europei e del resto del mondo. C'è però, un'altra ragione per cui la guerra all'Iraq è urgente e indifferibile, nonostante il Papa, le manifestazioni per la pace di mezzo mondo e l'opposizione di tanti governi non certo rivoluzionari come quello francese e russo. Saddam Hussein ha probabilmente firmato la propria condanna alla fine del 2000, quando decise di accettare solo euro per il proprio petrolio invece del dollaro e convertì i propri depositi preso l'ONU in euro. Non fu una decisione da poco, date le riserve e il peso che ha l'Iraq nell'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, l'Opec appunto. Com'è noto, la moneta di riferimento per le transazioni del petrolio è da sempre il dollaro, nonostante la crisi del '71 e l'adozione del petroldollaro. Il che significa che gli USA hanno uno strumento potentissimo per la propria politica di rifornimento energetico, ma anche per controllare il resto del mondo e soprattutto l'Europa che è il principale importatore di petrolio. L'andamento del dollaro è il principale strumento per determinare il prezzo effettivo del barile, e non c'è dubbio che le autorità monetarie e politiche statunitensi sanno gestire abilmente il corso del dollaro secondo le proprie necessità. Se i paesi dell'Opec dovessero seguire l'Iraq e adottare l'euro come moneta di riferimento, gli USA perderebbero un'arma formidabile. L'euro-standard sarebbe un colpo durissimo per l'economia americana che sarebbe esposta seriamente alla concorrenza economica e finanziaria dell'Europa.
Questo fa comprendere bene le ragioni della strenua resistenza di Francia e Germania a questa guerra, e pure la stupidità del governo italiano, che non si rende conto dei danni che sta procurando all'Europa con il proprio servilismo nei confronti degli americani. Un governo filo americano a Baghdad riporterebbe l'Iraq al dollaro standard e manderebbe un segnale “forte” agli altri produttori (non solo arabi, ma anche sud americani come il Venezuela), convincendoli che la scelta dell'euro sarebbe troppo pericolosa.
Questa sporca e terribile guerra si farà anche se il rischio di un'estensione del conflitto e del sostanziale fallimento dell'ONU è elevatissimo. La posta in gioco è. il controllo del mondo nel folle risiko che si è aperto dopo la caduta dell'URSS. Ed è una posta troppo alta per essere lasciata nel piatto.



* Domenico de Simone, avvocato e controeconomista, autore di tre saggi sull'alternativa in economia, “Un milione al mese a tutti: Subito!” (1999), “Dove andrà a finire l'economia dei ricchi” (2001) e “Per un'economia dal volto umano” (2002), tutti editi dalla Malatempora.
Nel suo sito, all'indirizzo http://it.geocities.com/domenicods sono pubblicati interamente due libri ed ampi stralci degli altri tre, nonché articoli, dialoghi ed altri scritti. Tiene corsi e conferenze di contro economia in tutta Italia.



Biolcalenda, aprile 2003

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ID 50, ut 1, pubblicato il 09/04/2003