angelica

Verona
Teatro Filippini 14 ottobre ore 21.00

Angelica di e con Andrea Cosentino
da Armunia Festival

simone azzoni


Questo spettacolo conclude un dittico: L’asino albino era uno spettacolo sul
tempo che passa, angelica è un lavoro sulla morte. Non è previsto un seguito.
Comunque.
Entrambi sono un tentativo di parlare del presente. A chi c’è. Accettando fino
in fondo ciò che il teatro è: un monumento effimero.

Come al solito non c’è storia. Ogni tentativo di abbozzarne una sfiora la
retorica e scivola nel ridicolo. C’è semmai - come e più del solito - il gusto di
smontare le storie. Ne l’asino albino raccontavo uno spettacolo,
l’impossibilità del suo farsi che scivolava in una epifania derisoria e tragica, in
una apparizione invisibile per eccesso di luce. In angelica tento di entrare nei
meccanismi stessi della mitopoiesi, prendendo a pretesto una sua
manifestazione degradata: il mondo delle fiction televisive.

Ci sono dunque degli ingredienti, dei brandelli di dialoghi e situazioni
abbozzate. Una troupe che sceglie di girare uno sceneggiato televisivo in una
casa di un quartiere popolare romano; un’attrice - Angelica appunto - che
continua a recitare la propria morte, fino allo sfinimento. Ciò che si ripete in
teatro ci fa ridere. Perché è il passato che pretende di ritornare come niente
fosse.
Ci sono delle immagini - poche - che mi faccio carico di scuotere sul loro
asse per ottenerne un alone di movimento: l’icona di un papa tremante che
fende la folla giubilare sulla sua papamobile, il ricordo della statua della
Madonna portata in processione nel giorno del venerdì santo a Chieti. E’ la
dialettica sacro/dissacrazione come le due facce di una stessa aspirazione. O
il rovescio bifronte di un medesimo vuoto.

Non c’è storia. Ma c’è una concessione al bisogno di tirare avanti. Una trama.
Ed è quella dello sceneggiato ricostruito in scena senza ausili tecnologici, ma
utilizzando la cornice vuota di ciò che fu un televisore, e parrucche e primi
piani e piani interi e bambole e pezzi di oggetti e dettagli di corpi. Si tratta
innanzitutto di mimare con la povertà di mezzi scenici la povertà di un
linguaggio. Farsi doppio parodico del linguaggio standardizzato del racconto
televisivo. Ma c’è anche altro.

Pasolini scriveva che materia del cinema - dell’audiovisivo - è il
pianosequenza come presente assoluto. E’ il regista che selezionando e
tagliando e montando tra loro pezzi di presente dà loro un senso. Creando
nessi. Facendone materia di narrazione, cioè storia. Dunque passato. Però mi
chiedo: come può il presente raccontarsi a se stesso?
Io tento di installarmi nei tagli del montaggio, di dilatare i nessi, creare gioco
tra i giunti; voglio disincantare l’impostura ipnotica dei raccordi narrativi, far
emergere ludicamente il nonsenso che fa da sfondo alla costruzione del
senso.
Aggiungeva Pasolini che come il montaggio dà senso al cinema, così la morte
dà senso alla vita. Però mi chiedo: cos’è che dà un senso alla morte?

Se non c’è storia dovrà esserci da ridere. E’ ciò che credo di avere imparato
dal teatro popolare, dalla cultura dei subalterni. Di coloro che, ben prima di
noi smarriti postmoderni, hanno dovuto imparare a vivere senza il sostegno
di un passato né prospettive di futuro. E’ il senso profondo
dell’intrattenimento. Perché va bene la denuncia e la memoria e la
controinformazione e il mondo a capinculo. Ma innanzitutto esserci. Qui e
ora. Comunque.

 

ID 559, ut 86, pubblicato il 05/10/2006