VICENZA 17 FEBBRAIO 2007. IN 200.000 CONTRO LA BASE DAL MOLIN

Vicenza
AVEVAMO DETTO “PRODI RIPENSACI” … NON CASCACI!

Una splendida e pacifica manifestazione di popolo. Ma la caduta del governo Prodi rende tutto maledettamente più difficile.


Intervista a Olol Jackson (nella foto), Verde vicentino, uno dei portavoce del coordinamento dei comitati contro la Dal Molin.

Olol, puoi brevemente raccontarci la storia del comitato contro la Dal Molin?
A Vicenza, in pochi per la verità, avevamo cominciato a lavorare già nel 2004 alla questione dell’allargamento della presenza militare, non solo statunitense. Oltre alle storiche strutture dell’esrcito Usa come la Ederle, sede della 173^ Airborne Brigade, o la Pluto, dove un tempo erano collocate le testate nucleari, in poco tempo sono state inaugurate la Gendarmeria Europea e il Coespu, la scuola delle polizie militari dei paesi in via di sviluppo. Nel silenzio del governo Berlusconi e con la complicità dell’amministrazione locale, silenzio durato oltre due anni, si stava progettando la nuova base (altro che ampliamento) al Dal Molin, diventata di dominio pubblico a maggio del 2006.

La base che gli USA vogliono fare a Dal Molin gioca chiaramente una funzione nello scenario mediorientale: di appoggio alle guerre in corso e forse in previsione di quelle future. Dal governo Prodi non c’era forse da aspettarsi un atteggiamento diverso sia verso i vicentini che sulla politica di difesa?
OLOL JACKSONNel progetto statunitense c’è scritto chiaramente quali sono le loro intenzioni. La riunificazione della 173^ Airborne Brigade serve ad una sua ridefinizione, trasformandola in una Unità di Pronto Intervento, un corpo militare d’elites che risponde direttamente al Pentagono, e che deve essere pronto ad essere catapultato in poche ore negli scenari di guerra. Per questo abbiamo ritenuto offensiva, per la sua e la nostra intelligenza, la dichiarazione di Prodi che derubricava la questione a problema urbanistico locale. Stiamo parlando della struttura più importante dell’esercito Usa oltreoceano. A Vicenza questo ha prodotto una frattura netta tra rappresentanza politica e comunità locale. In nove mesi non si è mai visto uno, dico uno, rappresentante del governo. La vicenda è complessa perché attiene a questioni fondamentali: la difesa del territorio, la salvaguardia dei beni comuni e delle risorse non riproducibili, la guerra, la democrazia sostanziale. Aver voluto banalizzare e semplificare la questione di Vicenza, l’aver voluto imporre questa scelta alla comunità locale, già delusa dal comportamento vergognoso del precedente governo e del sindaco, ancor più dopo che lo stesso Prodi, durante il confronto televisivo con Berlusconi in campagna elettorale, aveva denunciato il comportamento autoritario del centrodestra in Val Susa, affermando che non si possono imporre scelte di quel genere alle comunità locali, che con i cittadini bisogna discutere e dialogare, ha prodotto un sentimento diffuso di delusione nei confronti del sistema della rappresentanza. Il programma dell’Unione, confuso e ambiguo in alcune sue parti, è invece molto chiaro sulla questione della partecipazione dei cittadini e della riattivazione delle dinamiche democratiche, ostacolate dal precedente governo. A Vicenza ci si è sentiti presi in giro, ma definire questo come un movimento antipolitico è una sciocchezza colossale. Questo è un movimento che nasce e si sviluppa, si radica, a partire proprio dalla voglia dei cittadini di essere protagonisti dello sviluppo del proprio territorio, della res publica. Quindi fortemente politico.

Fra le cose che colpiscono di più della grande manifestazione del 17 febbraio c’è la fortissima presenza di donne, sia alla testa del corteo che sul palco. Che succede a Vicenza?
Quello dalla partecipazione delle donne è un tratto distintivo di questo movimento. Tutto nasce, molto semplicemente, perché queste donne, madri attuali o future, rivendicano per sé e soprattutto per i propri figli, un futuro diverso, un diverso mondo non solo possibile, ma necessario.

Massiccia la presenza anche dalla Val di Susa da dove sono calati oltre 3000 No-TAV. Come si spiega questa saldatura fra movimenti solo apparentemente legati a specifiche preoccupazioni locali?
Proprio perché questi sono movimenti locali ma non localistici. E’ la dimensione biopolitica del conflitto che struttura una rete, i cui nodi pongono delle questioni imprescindibili, dal diritto a vivere in ambienti accoglienti e non regalati al profitto e alla speculazione, al rifiuto di diventare base logistica per la guerra infinita, tra l’altro invisa ormai anche alla maggioranza dei cittadini americani. Bios, demos e cratos sono gli elementi che strutturano un ragionamento alto, che punta ad affermare da un lato che questo mondo, così com’è, non può andare avanti, che bisogna impegnarsi tutti per cambiare radicalmente scenario; dall’altro lato sottolinea il fatto che il governare non può tradursi in puro e semplice esercizio autoritario del comando. E’ una nuova forma di democrazia dal basso, che nasce da movimenti comunitari moltitudinari, un laboratorio di democrazia estremamente interessante che punta a ridisegnare le forme della partecipazione e i luoghi della decisionalità.

L’orientamento che sembra emergere per risolvere la questione è di cambiare sito alla base allontanandola dal centro. Credi che i comitati accetteranno tale soluzione, e c’è il rischio di divisione fra pacifisti e residenti?
L’abbiamo già detto, non c’interessa una discussione sul “come” fare la base. Noi restiamo fermi al “se”, con la nostra ovvia e netta contrarietà. Allo stesso tempo non mi nascondo che, soprattutto all’inizio, c’era una tendenza a quella che viene definita “sindrome Nimby”, ma il processo di maturazione del movimento ha spostato il baricentro della discussione e quindi adesso siamo tutti concordi nell’affermare che la base non deve essere fatta, né qui né altrove.

Dopo il successo della manifestazione del 17 cosa intendete fare adesso?
Con la manifestazione del 17 si è chiusa una fase e se ne è aperta un’altra. Noi abbiamo detto che continueremo nella mobilitazione, se necessario arrivando a metterci pacificamente davanti alle ruspe. Nel frattempo andremo avanti con tutte le possibilità che avremo, su tutti i fronti. Continueremo a dare battaglia sul versante istituzionale, su quello legale e normativo, così come stanno facendo i Verdi di Vicenza con l’ottimo lavoro sulla Valutazione d’Impatto Ambientale, portato avanti da Erasmo Venosi (presidente provinciale), Ciro Asproso (consigliere comunale) e Rosanna Rosato (consigliera provinciale). Per quel che riguarda il blocco delle ruspe, sono confortato dal fatto che questa pratica di disobbedienza civile è fatta propria da tantissimi uomini e donne, da giovani, da soggetti che vanno dall’ex sindaco di Vicenza Achille Variati (Margherita) a padre Alex Zanotelli. Questa è ovviamente l’extrema ratio, noi vorremmo che non si arrivasse a questo, ma se sarà necessario useremo l’unica arma di cui disponiamo, i nostri corpi. Noi vorremmo che chi governa non decida di sostituire le armi della dialettica con la dialettica delle armi, con l’imposizione manu militari di una scelta che la comunità locale non vuole. Spero e mi auguro che la politica istituzionale torni al suo ruolo fondamentale di ascolto e confronto con i cittadini, cosa che è venuta clamorosamente a mancare in tutta questa vicenda.

A cura di Lino Pironato

 

ID 645, ut 1, pubblicato il 17/03/2007