OGM: LA TUTELA DEL PATRIMONIO GENETICO

dr. Rossana Amari

I forti contrasti evidenti nei vertici internazionali per quanto riguarda l’adozione di una normativa sulla diffusione degli alimenti transgenici, dimostra chiaramente la discordanza tra due posizioni distanti:

A queste si aggiunge la posizione, condivisa in gran parte dall’Unione Europea, di chi vede nell’alterazione del patrimonio genetico del pianeta una enorme minaccia per l’umanità, infatti non si tratta più di effettuare ricerca biotecnologica confinata al campo medico, considerati peraltro gli effetti positivi per il genere umano da tempo riscontrati (produzione di insulina sintetica, di ormoni come l’interferone, ecc.), ma di applicare le biotecnologie al campo vegetale con conseguente diffusione e contaminazione delle nuove specie in tutto il mondo a discapito della biodiversità tuttora presente nel nostro pianeta, nonostante lo sia in termini di gran lunga inferiori rispetto al passato a causa dell’attività umana.

La Coalizione Europea sui Brevetti Biotecnologici (ECOBP) si batte da anni contro la direttiva 98/44/CE impugnata da Olanda, Norvegia e Italia che prevede la brevettabilità dei geni, di parti del corpo e di interi organismi sia animali che vegetali, nonché di geni e parti del corpo umano.

I membri della ECOBP, con la brevettazione degli OGM, mirano al controllo del mercato dell’alimentazione infatti, col brevetto di una modifica genetica, si faranno propria la varietà vegetale che imporranno sul mercato per riscuoterne ogni anno i diritti, sulla base del fatto che i brevetti coprono tutta la discendenza della specie brevettata ed impediscono agli agricoltori di utilizzare i semi del proprio raccolto.

La brevettazione e la diffusione nell’ambiente di specie vegetali OGM costituisce un inestimabile rischio per l’uomo e per tutte le specie del pianeta che diventano delle cavie e che rischiano:

I laboratori che ricevono ingenti sovvenzioni dalle industrie vengono infatti obbligati al segreto delle loro ricerche, ovviamente questo regime di segretezza, peraltro comprensibile in seguito a finanziamenti, impedisce agli scienziati di scambiarsi informazioni utili sulle difficoltà e sui risultati della ricerca, con enorme spreco di tempo e di denaro.

Quello che deve allarmare il consumatore e far riflettere riguardo la commercializzazione degli OGM, è proprio il comportamento delle industrie che, in tutti i modi, tentano di sorvolare sulla dichiarazione dell’utilizzo di questi nuovi cibi e agiscono in modo oscuro, frettoloso, esclusivamente spinte dalla smania di introiti economici, per niente intenzionate ad eseguire una appropriata serie di controlli sui nuovi vegetali prima della loro immissione sul mercato, controlli necessari per conformarsi ad una corretta prassi e magari per smentire le idee contrastanti sull’argomento.

Ciò che si osserva è invece un comportamento differente: le industrie che hanno ottenuto i diritti di brevetto non accettano di assumersi le responsabilità che ne derivano, si oppongono infatti ad una chiara etichettatura dei prodotti transgenici negando così al consumatore la libertà di scelta e soprattutto, in caso di danni provocati dall’impiego di questi alimenti, impedendo la possibilità di individuarne le cause risalendo alle fonti.

Gli argomenti utilizzati dall’industria biotecnologica per raggiungere i loro obiettivi ben lontani dall’essere fondati su principi umanitari, non si limitano solo ad essere errati, ma dimostrano anche un evidente malafede, tentando di dare adito a false aspettative e facendo perno sulla sensibilità umana assicurando che i cereali transgenici possono risolvere il problema della fame nel mondo..

Anche questa tesi è stata smentita da Greenpeace nel febbraio 2001 quando ha evidenziato che il riso gm di seconda generazione, ad elevato contenuto di vitamina A, non risolverà il problema della fame nel mondo nei paesi in via di sviluppo, infatti da studi effettuati proprio dagli stessi produttori del riso gm si deduce che un individuo, per soddisfare il proprio fabbisogno giornaliero di vitamina A acquisita dal riso transgenico, dovrebbe consumare un quantitativo pari a 3,7 Kg al giorno di prodotto crudo, mentre durante la gravidanza il quantitativo dovrebbe essere quasi raddoppiato.

Da ciò si evince che i problemi che stanno alla base della carenza di vitamina A, ossia la povertà e l’impossibilità di alimentarsi correttamente, non si risolvono con il consumo di cibi gm ma forse con la promozione di alimenti che sono naturalmente ricchi di vitamina A, come ad esempio l’olio di palma rossa, e con altri mezzi che non stiamo in questa sede a considerare.

E’ evidente che tutte le rassicurazioni da parte delle ditte biotecnologiche sui rischi derivanti dagli OGM non hanno alcun fondamento, la difficoltà più grave nella valutazione dei rischi connessi ai prodotti transgenici è la natura del tutto imprevedibile delle trasformazioni, sulla quale le industrie preferiscono appunto sorvolare.

A questo proposito si osserva che il 23.01.01 in Canada è stata approvata una nuova linea di patate GM in grado di combattere gli insetti senza l’impiego di pesticidi, queste patate sono state messe in commercio senza specifici controlli e nonostante i risultati dalla sperimentazione a campo aperto fossero stati modesti. La Canadian Food Inspection Agency (CFIA), non fidandosi dei controlli ambientali attuati dalla ditta Monsanto, aveva chiesto ulteriori informazioni sui rischi sanitari ed ambientali delle nuove patate ma la compagnia aveva respinto le richieste. Attualmente le patate sono commercializzate in Canada con il nome di New Leaf Y e New Leaf Plus.

Non bisogna tralasciare di considerare che, anche in organismi provatamente stabili in laboratorio, le condizioni ambientali differenti come la siccità, le differenti temperature a cui sono sottoposti, possono innescare trasformazioni impreviste come si evince da un episodio verificatosi in Canada all’inizio di quest’anno: 60.000 sacchi di sementi di canola, prodotti da una multinazionale americana sono stati ritirati dopo essere stati venduti perché vi era stato scoperto un gene non previsto. Tutti i controlli sulla stabilità e qualità della composizione genetica attualmente possibili, sempre che vengano eseguiti, evidentemente non sono sufficienti a garantire tranquillità ai consumatori.

A queste osservazioni si aggiungono quelle derivanti dalla situazione di paesi che da tempo consumano cibi geneticamente modificati e le notizie non sono certamente incoraggianti, al contrario invitano alla prudenza.

In un articolo sul Journal of Cotton Science il 17/02/01 è stato pubblicato uno studio effettuato sul cotone GM resistente all’erbicida Roundup Ready in cui, gli scienziati che lo hanno eseguito hanno espresso preoccupazioni a riguardo infatti, dai risultati dei loro studi, il cotone transgenico risulta resistente all’erbicida ma anche meno resistente ai nematodi , pericolosi parassiti della pianta.

Il 22/02/01 nel Delaware, in tre campi di soia OGM (resistente all’erbicida glifosato), alcuni scienziati hanno scoperto una varietà di erbacce anch’essa resistente al glifosato, le implicazioni della scoperta riguardano il fatto che la soia RR evidentemente è in grado di trasferire i propri geni modificati e resistenti all’erbicida a specie vegetali selvatiche, che certamente non sono state volontariamente manipolate geneticamente dato l’inesistente vantaggio economico.

Questo fatto dimostra sia la facilità di contaminazione da parte delle specie transgeniche, sia la superficialità dell’industrie biotecnologiche nel sostenere l’impossibilità che le erbacce sviluppino resistenza agli erbicidi.

La situazione statunitense va esaminata come modello sommariamente attendibile di ciò che non tarderà a verificarsi anche nell’Unione Europea se non ci si opporrà al processo di commercializzazione e di consumo di cibi transgenici: dopo una iniziale fase di euforia in cui la brevettabilità sembrava aver creato nuove ed interessanti scoperte, parecchi scienziati hanno cambiato atteggiamento. Il National Institute of Health (NIH), che inizialmente si era espresso a favore di un’illimitata brevettabilità, nella rivista Nature (vol. 384, 12.12.96, pag. 500) ha dichiarato che non richiederà più brevetti su sequenze geniche, auspicando il ritorno alla situazione legislativa precedente. Anche l’Institute for Genomic Research (TIGR) ha deciso di rinunciare alla possibilità di brevettare le proprie scoperte per pubblicarle invece su banche dati accessibili dall’aprile ’97.

Le ragioni che hanno portato a questo cambiamento di posizione sono sicuramente scientifiche: come sostiene il NIH la brevettabilità degli strumenti di ricerca non incentiva, al contrario ostacola la ricerca stessa e lo sviluppo di nuovi prodotti, infatti qualsiasi ditta che si può permettere una strumentazione aggiornata e personale qualificato può isolare infiniti geni e brevettarli senza perdere tempo a sperimentarne le loro applicazioni.

La normativa sui brevetti si è dimostrata insoddisfacente anche sul piano giuridico in quanto, l’autorizzazione a brevettare materiale biologico, ha determinato l’insorgere di parecchie controversie legali, distogliendo così i fondi e le energie dalla ricerca scientifica.

A testimonianza di ciò che è stato detto, consideriamo come sono stati ottenuti solo alcuni dei brevetti americani a titolo esemplificativo e quello che implicano.

EP 301 749 il brevetto riguarda "un seme di soia che origina una pianta il cui genoma contiene un gene estraneo in grado di esprimere un prodotto genico estraneo nelle cellule della pianta di soia". Questo brevetto che non specifica le sue caratteristiche, i procedimenti scientifici per la sua produzione, quali geni sono implicati, a quali caratteristiche danno origine, è stato ottenuto dalla ditta Agracetus e copre tutti i semi di soia transgenici. Come ci si poteva aspettare altre ditte che stavano effettuando ricerche analoghe hanno contestato l’imposizione di questo monopolio, tra queste la multinazionale Monsanto che, dopo poco ha optato per un’altra strategia: ha acquistato la Agracetus ottenendo così anche i diritti sul brevetto.

EP 546090 il brevetto è stato concesso alla ditta Monsanto e riguarda "una pianta resistente al glifosato (principio attivo dell’erbicida Roundup) scelta tra il gruppo composto da mais, grano, riso, soia, canola, lino, girasole, tabacco cotone, barbabietola da zucchero, colza, tabacco, pioppo, pino, melo e pompelmo…" e riguarda anche "un metodo per il controllo selettivo delle erbacce in campo piantando i suddetti semi resistenti al glifosato". A parte il fatto che il controllo selettivo delle erbacce non si dimostra così veritiero ed efficace come dimostra l’episodio nel Delaware, citato precedentemente, ma ciò che è doveroso sottolineare è il monopolio che il brevetto concede alla Monsanto, monopolio su tutte le piante citate, una volta che siano state rese resistenti al principio attivo dell’erbicida Roundup prodotto dalla stessa Monsanto, prima ancora che la ditta abbia sviluppato in tutte queste specie vegetali la resistenza.

Da non trascurare inoltre il fatto che il brevetto copre anche il processo di semina e di somministrazione dell’erbicida, conferendo così alla multinazionale il controllo sull’intero processo produttivo, compreso il diritto di stabilire quando e a che condizioni i semi acquistati potranno essere seminati dagli agricoltori, che diventano dipendenti della Monsanto.

A testimonianza del rapporto di suddistanza tra l’agricoltore e le multinazionali proprietarie dei brevetti si presta l’episodio accaduto il 30 marzo di quest’anno ad Ottawa, (Canada) in cui un agricoltore ha perso la causa intentata proprio da Monsanto perché accusato di aver raccolto senza autorizzazione canola GM che aveva accidentalmente contaminato i suoi campi. Secondo la multinazionale non importa se l’agricoltore ha subito una contaminazione accidentale, ma il fatto rilevante è che l’agricoltore ha raccolto e utilizzato sementi di cui la Monsanto detiene il brevetto, quindi è da sottoporsi alle leggi che ne regolano i diritti, anche se la contaminazione è stata accidentale!

La campagna delle industrie biotecnologiche a favore della direttiva sui brevetti non è allora ispirata da motivazioni altruistiche, lo scopo che si prefiggono non è incoraggiare la ricerca scientifica o favorire il progresso medico, non è combattere la fame nel mondo, è semplicemente stabilire dei diritti monopolistici sulla base della stessa vita, da cui dipende il soddisfacimento dei bisogni fondamentali dell’uomo: il cibo e la salute.

Non si pretende che le ditte ignorino le leggi del mercato o rinuncino ai loro guadagni, ma le loro priorità non devono essere l’unico criterio che determina i valori della società, che scavalca il benessere della comunità, se infatti il vantaggio si prospetta per poche multinazionali, lo svantaggio irreparabile si prospetta invece per tutta la società.

Tra la tutela degli interessi economici di poche industrie e la vita e la salute di milioni di cittadini, la scelta sembra una unica e inequivocabile.

Gli ottimisti vorrebbero credere al Presidente della ditta Novartis il quale sostiene che il rischio di immissione sul mercato di vegetali GM non è zero, come altri responsabili delle industrie biotecnologiche continuano a sostenere, ma comunque limitato e circoscritto.

Altri studiosi ritengono al contrario che la disseminazione degli OGM interesserà tutto il pianeta, non si tratterà di focolai di rischio isolati come nel caso dei disastri petroliferi o nucleari, anche se oggi sono più frequenti e comunque molto preoccupanti, ma si tratterà di un esperimento senza ritorno: le piante coltivate in campi vicini si ibrideranno e il patrimonio genetico degli OGM si diffonderà ben oltre le aspettative. Già oggi si può dimostrare ampiamente che la contaminazione è rapidissima e potentissima, bastano pochi semi transgenici per contaminare derrate di sementi poste anche a qualche chilometro di distanza, del resto anche la composizione del terreno e la popolazione batterica in presenza di piante transgeniche cambiano in maniera imprevedibile, non si sa ancora se in modo irreversibile.

Malgrado l’ottimismo che ostentano, le industrie biotecnologiche sono consapevoli della questione come dimostrano anche episodi accaduti in passato. Il quotidiano britannico "The Guardian" (06.08.96) ha pubblicato un documento riservato, diretto alla EuropaBios che rappresenta gli interessi delle ditte biotecnologiche, in cui l’agenzia di consulenza consiglia caldamente alle industrie di "tacere sui rischi legati agli OGM" in quanto "non possono sperare di vincere la discussione sulla questione dei rischi".

Questo rappresenta una ennesima conferma che l’atteggiamento fiducioso delle multinazionali biotecnologiche non deriva da una sincera convinzione, per quanto superficiale possa essere, ma da questioni economiche e di malafede, inoltre deve invitare alla riflessione sulle sorti della salute dell’umanità e dell’ambiente.

Dott.ssa Rossana Amari

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ID 75, ut 1, pubblicato il 09/06/2001