CEMENTIFICIO FUMANE:
QUANTO RILEVATO IN ALTRI IMPIANTI SPINGE A UN FORTE PRECAUZIONE NEI CONFRONTI DELL’UTILIZZO DEI RIFIUTI NELL’IMPIANTO

Fumane
apra un dibattito per garantire la salute dei cittadini e un possibile sviluppo alternativo
che salvaguardi ambiente e occupazione

Gianfranco Bettin

Il progetto della Cementi Giovanni Rossi di potenziare l’attività dell’impianto di Fumane con l’utilizzo come combustibile di oli esausti e pneumatici triturati e altre materie prime alternative (come ad esempio fanghi di granito) al posto di parte della marna attualmente utilizzata, a fronte dei dati preoccupanti che ci arrivano da indagini ARPAV su altre zone limitrofe alla presenza di cementifici, dovrebbe ricondurre la discussione sul terreno della precauzione per la salute dei cittadini piuttosto che una acritica adesione ai propositi dell’azienda.

La recentissima indagine sulla condizione dei suoli condotta da ARPAV per conto del Comune di Pederobbe e della Provincia di Treviso ha rilevato la presenza di diossina sopra i limiti di legge previsti e la presenza anomala di metalli pesanti. Dei 6 terreni sui 24 in cui sono stati effettuati i carottaggi dove si sono riscontrate queste presenze inquinanti, 5 si trovano a sud del CementiRossi e 1 a nord dello stesso. I livelli riscontrati di diossina hanno portato al divieto per uso residenziale di quei terreni. In questo cementificio, va ricordato, si usano copertoni e si sono utilizzate farine animali come combustibile.

A Monselice (PD) dove operano 2 cementifici, l’ordinanza emessa dalla Provincia nel 2004 per inibire l’utilizzo come materie prime seconde dei rifiuti nella Cementeria Radici è stata conseguente al riscontro della presenza di benzene acrilonitrile e cloruro di vinile in quantità doppia rispetto ai limiti di legge. Per altro la stessa Regione Veneto, non a caso, ha inserito l’area di Monselice e Este (dove c’è a distanza di 9 km un terzo cementificio) tra le aree a rischio per la presenza e l’impatto inquinante di questi impianti.

La difesa aprioristica delle “ragioni” dell’azienda in nome della difesa dell’occupazione non aiuta un sereno dibattito nel merito e contribuisce a disarmare l’intero territorio di fronte ad improvvisi cambiamenti di strategia industriale delle proprietà che, in risposta alla crisi di settore, non esitano a procedere a riduzioni drastiche del personale e anche a dismissioni.
Se, invece, si ponesse al primo posto la precauzione necessaria dal punto di vista ambientale e sanitario nei confronti della presenza di questi impianti e dei rischi che l’utilizzo di rifiuti porta con sé, sia come materia prima seconda che come combustibile, si potrebbe sviluppare un dibattito nel territorio che guarda alla salute ma anche alle garanzie occupazionali (che sono una priorità quanto la sicurezza sanitaria per le popolazioni e per gli stessi lavoratori) e a scenari produttivi e occupazionali alternativi e maggiormente sostenibili di quelli attuali.
Si smetta, quindi, di etichettare come pseudoambientalisti quanti chiedono maggiore attenzione alla salute e al territorio ma si apra un confronto con tutti gli attori sociali e con le comunità locali per adottare tutti i provvedimenti cautelativi necessari e per attivare tutte le risorse e le alternative possibili per uno sviluppo diverso che garantisca salute e occupazione.

25 febbraio 2009      Gianfranco Bettin consigliere regionale Verdi Veneto

 

ID 934, ut 1, pubblicato il 25/02/2009